Così la Caritas italiana definisce, in un comunicato diffuso oggi, la crisi militare in Macedonia, dove da giorni si registrano scontri a fuoco tra il nuovo Uck albanese e le forze dell’ordine macedoni. ” “Una crisi prevedibile, sostiene la Caritas citando Carlo Cabigiosu, il generale italiano che comanda Kfor, la forza di stabilizzazione Nato in Kosovo, perché “gli analisti da tempo indicavano la Macedonia come uno dei possibili focolai di conflitto nei Balcani. Eppure, dopo i primi scontri a fuoco, media, organismi e governi internazionali hanno reagito come colti alla sprovvista. Nonostante in Kosovo, operi il più robusto contingente militare internazionale oggi attivo sull’intero pianeta risulta difficile credere a un prolungato black out delle risorse diplomatiche, di deterrenza e di intelligence”. Una crisi prevenibile. “Evidentemente la prevenzione dei conflitti armati non è ancora una priorità, nell’agenda internazionale. Però è difficile prevenire, quando non si fa tutto il possibile per impedire alle parti in causa di organizzarsi e di armarsi”, dichiara la Caritas che ricorda le capacità militari dei guerriglieri e delle forze macedoni, alimentate dalle “potenze occidentali (inclusa l’Italia) e paesi confinanti che hanno fatto a gara, nel sostenere il loro rafforzamento. Vendere armi a Skopje: uno sport assai praticato, ancora oggi”. Una crisi indecifrabile. “Colpisce però la coincidenza di eventi politico-diplomatici attorno la Macedonia, e l’area balcanica”. “I Balcani – continua la Caritas – sembrano entrati in una nuova stagione di instabilità. La comunità internazionale è di nuovo messa alla prova, ma le grandi potenze accennano a comportarsi ognuna secondo le proprie linee di interesse, politico ed economico. È il modo migliore per incoraggiare i nazionalismi e i particolarismi”. (segue)” “