Nonostante la legge 180, che ha sancito la chiusura dei manicomi, circa duemila persone vivono ancora negli ospedali psichiatrici giudiziari, ed altre duemila sono attualmente ospitate dai manicomi gestiti da associazioni private. L’allarme viene da don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, che sull’ultimo numero del “Messaggero di Sant’Antonio” (marzo 2001) osserva che, per attuare nei fatti la legge Basaglia, “occorrono risorse e strutture ma pure impegno, fatica e vocazione al cambiamento, termini e valori che in questi anni hanno caratterizzato una parte importante e diffusa degli operatori della psichiatria, ma in modo disomogeneo e molto variegato sul piano territoriale”. Nonostante tutto, però, di fronte a questi “ergastoli bianchi” qualcosa sta cambiando. Come ad Aversa, racconta Ciotti, in cui un numero significativo di persone è stato inserito in case-famiglia, o a Rebibbia, dove “i detenuti hanno cominciato a prendersi cura di venti loro compagni in stato di sofferenza psichica, quasi tutti provenienti dall’esperienza dei manicomi giudiziari: la tappa successiva è rappresentata da una casa alloggio esterna al carcere”. Ma è ancora troppo poco, lamenta Ciotti, soprattutto se si pensa ai rapporti sulla condizione di vita dei malati di mente in questi luoghi (“pazienti legati ai letti di contenzione, insufficienza alimentare, diffusioni di pidocchi e scabbia”) e alle difficoltà delle famiglie, per le quali i loro cari rischiano di “diventare un peso drammaticamente insostenibile”.