In una società “sempre più multiculturale”, bisogna impegnarsi affinché “l’identità non diventi intolleranza e l’accoglienza non diventi insignificanza”. Lo ha detto mons. Giuseppe Betori, segretario generale della Cei, aprendo oggi, a Bari, il convegno su “Contemplare per annunciare: la comuniaczione sociale negli orientamenti pastorali per il decennio 2001-2010”. “Come cristiani – ha proseguito Betori – non possiamo accetatre l’assimilazione a una supercultura umanistica di fatto senza spazio per una vera trascendenza: né ci basta una tolleranza che impedisce di fatto il dialogo e il confronto perché nega il concetto stesso di verità”. “No”, dunque, a chi pensa che “la convivenza sia possibile solo con il sacrificio della identità propria di ciascuna cultura”, attraverso una sorta di “marmellata” culturale “anodina e per questo da tutti accettabile”, ma anche a quelli che “reputano che le culture possano vivere con la propria identità l’una accanto all’altra, in una sorta di ‘insalata’, in cui le diversità diverrebbero sopportabili in forza della tolleranza”. La strada scelta dalla Chiesa, ha ribadito invece Betori, è quella di “coniugare insieme ascolto e testimonianza, dialogo e annuncio”, dando “spessore culturale” alla fede e partendo dalla constatazione che “la frattura tra fede e cultura si sta consumando a tal punto da rendere il Vangelo del tutto irrilevanti per la vita degli uomini del nostro tempo”. Un altro fenomeno con cui il cristianesimo deve fare i conti, ha aggiunto Betori, è quello della crescente globalizzazione, che comporta “la gestione delle sorte dell’umanità intera da parte di pochi, di chi detiene i poteri dell’economia, della politica, della cultura”. La globalizzazione, di per sé, ha puntualizzato il segretario della Cei, “non è né un male, né un bene”, ma a seconda di “come viene governata” può rivelarsi “una risorsa di comunione oppure un’ulteriore, definitiva sanzione delle differenze e delle distanze tra le persone e i popoli”. ” “” “