“Il Sinodo non vale solo per il contenuto ma come fatto storico che ci ha fatto un bene immenso. Abbiamo goduto di una scuola di episcopato, di Chiesa, di storia santa” che ha fatto risuonare le parole di Sant’Agostino: “con voi sono cristiano; per voi sono vescovo”. Così Estanislao Esteban Karlic, arcivescovo di Paranà (Argentina) ha descritto i lavori sinodali che dal 30 settembre ha riunito a Roma vescovi e cardinali da tutto il mondo e che domani si concluderanno con una solenne concelebrazione presieduta dal Santo Padre. “Non nascondo – ha detto mons. Marcello Semeraro, vescovo di Oria (Italia) e segretario speciale del Sinodo – che il termine collegialità affettiva possa suscitare delle difficoltà e indurre a incomprensioni ed equivoci, anche perché nella nostra lingua italiana, di origine latina, il termine rimanda alla dimensione dei sentimenti, delle buone intenzioni, del ‘volersi bene'”. Cosa si deve dunque intendere per collegialità affettiva? “Sicuramente – ha risposto il vescovo – non è un vago sentimento di affetto che finisce, per così dire, a tarallucci e vino. Ma è un’unione che ha uno spessore ontologico perché è stabilita dal sacramento dell’ordine”. Per meglio spiegarsi, mons. Semeraro fa l’analogia con il sacramento del matrimonio. “Come il sacramento del matrimonio stabilisce un vincolo tra i due coniugi, così il sacramento dell’episcopato stabilisce una comunione tra tutti vescovi”. E come tra due persone che si vogliono bene, l’amore si manifesta nel “dono”, così anche “la collegialità affettiva che unisce i vescovi tra loro e con il papa chiede di esprimersi e di manifestarsi” attraverso quegli strumenti di “collegialità effettiva” che sono il Concilio ecumenico, “nella forma più alta” ma anche il Sinodo dei vescovi o le Conferenze episcopali. (segue)