RIFUGIATA: MONS. MARTIN (SANTA SEDE), “OCCORRE SOSTENERE DI PIÙ L’ACNUR”

Il rafforzamento del sistema di protezione internazionale dei rifugiati per una piena applicazione della Convenzione di Ginevra passa attraverso “adeguate risorse finanziarie” e “un’equa ripartizione dell’impegno tra i diversi Paesi”; è necessario inoltre un deciso “approccio alle cause dei movimenti forzati dei popoli” nella consapevolezza “della comune appartenenza alla famiglia umana”: questa, in sintesi, la via indicata da mons. Diamund Martin, osservatore permanente della Santa sede presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e delle Istituzioni specializzate. Nel suo intervento alla 52ª Sessione del Comitato esecutivo dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur) svoltosi nei giorni scorsi a Ginevra (1-5 ottobre) nel cinquantenario della Convenzione internazionale sullo status dei rifugiati (1951), e reso noto oggi, mons. Martin ha richiamato l’urgenza di “recuperare lo spirito innovativo e coraggioso” del documento di fronte al rischio di “lenta ma costante erosione del sistema internazionale di protezione” di chi è costretto a fuggire dal proprio Paese: “oggi più di 20 milioni di persone – ha osservato -, un numero comunque destinato ad aumentare”. Un’emergenza cui fare fronte attraverso lo stanziamento di “maggiori risorse finanziarie per consentire all’Acnur di svolgere la propria missione”, ma anche mediante un’equa ripartizione dell’impegno a favore dei rifugiati: a fronte di Paesi poveri gravati in modo eccessivo dall’accoglienza di milioni di profughi, denuncia mons. Martin, “in alcune aree del mondo più ricche, nuove restrizioni rendono sempre più difficile ai richiedenti asilo l’accesso alla protezione legale cui hanno diritto” spingendoli nelle mani di trafficanti privi di scrupoli o al ricorso a vie illegali. La comunità internazionale è chiamata inoltre ad “affrontare con urgenza alla radice le cause di instabilità alla base dei movimenti forzati dei popoli” in “una comune visione di inclusione e sviluppo”, un compito che richiederà l’elaborazione di “vasti programmi per la sicurezza attraverso la remissione del debito, un’efficace cooperazione allo sviluppo, l’investimento sulle capacità delle popolazioni, la creazione di infrastrutture che consentano loro di rimanere nel proprio Paese”, oltre “ad un impegno comune per la riduzione delle spese per gli armamenti e per la prevenzione dei conflitti”.