“In questo particolare momento della nostra storia”, in cui “si vedo o minacciate la pace e l’unità della convivenza umana”, il vescovo “si sente chiamato ad essere uomo di pace, di riconciliazione e di comunione”. Lo ha detto il card. Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, tenendo oggi la “Relatio posto disceptationem” (Relazione dopo la discussione, ndr.), al centro della diciottesima Congregazione generale del Sinodo dei vescovi, in svolgimento in Vaticano fino al 27 ottobre. “La forza della Chiesa è la comunione, la sua debolezza è la divisione”, ha detto Bergoglio delineando i “punti di convergenza” emersi nella prima parte del Sinodo dei vescovi, e che ora saranno oggetto di riflessione e di dibattito nei Circoli minori. Tra le Chiese particolari e la Chiesa universale, ha aggiunto il relatore, esiste una “unità radicata non solo nell’Eucaristia ma anche nell’Episcopato”: il vescovo, dunque, “è al servizio della Chiesa universale nella verità e nella carità” e “deve farsi carico di questo pluralismo armonioso”, partendo dalla consapevolezza che “il vescovo realizza la sua vocazione all’unità privilegiandola su ogni conflitto”. Strettamente collegato al tema della “comunione fraterna tra i vescovi”, che “trascende la mera convivenza”, ha sottolineato Bergoglio, è quello di “adempiere alla sua vocazione di promotore del dialogo ecumenico”: “Lo scandalo della divisione – ha commentato il cardinale – si oppone alla speranza”, e “la questione ecumenica rappresenta una delle grandi sfide dell’inizio del nuovo millennio e un momento centrale dell’attività del vescovo”. (segue) ” “” “