“Nelle Chiese missionarie, caratterizzate in genere da territori estesi e risorse minime, da condizioni sociali ed economiche instabili e da crisi e conflitti …. sembra opportuno che si scelgano vescovi relativamente giovani, sani e fisicamente in grado di sopportare i rigori dell’apostolato”: lo ha detto mons. Tomas Mauro Muldoon, vescovo di Juticalpa (Honduras). Oltre a ricordare la necessità di un “clero maggiormente indigeno” all’interno delle giovani Chiese, ha anche sottolineato che, laddove possibile, ci sia “una Chiesa autoctona con un pastore autoctono”. La figura del vescovo è stata al centro dell’intervento anche di mons. Mathieu Madega, vescovo di Libreville (Gabon), che ha tracciato una analogia tra la paternità divina e quella episcopale. In conclusione, ha sottolineato l’importanza dell’uso dei “media”, auspicando la nascita di una agenzia di informazione cattolica mondiale, “sorella di Radio Vaticana” oltre che di una analoga rete televisiva globale. Secondo mons. Oswald Colman Gomis, vescovo nello Sri Lanka, occorre arrivare a una “Chiesa di partecipazione” nella quale il vescovo abbia collaboratori formati alla “cultura della responsabilità”. Per mons. David Walker, vescovo di Broken Bay (Australia) occorre guardarsi dai rischi che i vescovi interpretino il proprio ruolo in senso di “status speciale” o carrieristico. A maggior ragione i presuli non debbono trattare la gente “senza il dovuto rispetto, la cortesia e la correttezza che giustamente ci si aspetta nella società secolare”.” “” “