Si lavora sulle macerie ancora fumanti a Manhattan, lavorano i servizi di intelligence, ma soprattutto la coscienza mondiale si interroga: è una sorta di riflessione collettiva e globalizzata, che percorre tutti i continenti. Ad essa ancora una volta il Papa ha dato un contributo di realismo e di speranza: “non cedere alla tentazione dell’odio e della violenza, ma impegnarsi a servizio della giustizia e della pace”.” “Il passaggio è stretto e straordinariamente importante. Si tratta di disarmare e punire l’aggressore, ma non solo. Occorre utilizzare questa grande mobilitazione di energie, di risorse e di valori, per porre le premesse di un vero “governo mondiale” di quella che Giovanni Paolo II nel memorabile discorso alle Nazioni Unite del 5 ottobre 1995 aveva definito la “famiglia delle nazioni”, senza che possa innescarsi, come pure è nel disegno di taluni, uno stato di “guerra civile” planetaria, di “scontro di civiltà”.” “Sarà certamente un percorso lungo. Ma alcuni passaggi sembrano già delinearsi come fondamentali.” “Il primo riguarda la coscienza dell’Occidente, degli Stati Unite ed anche dell’Europa, tragicamente costretti a riflettere sull’essenziale, spontaneamente richiamati alla preghiera, ad una radice cristiana, decisiva non tanto per alimentare – come pure qualche grillo parlante sollecita – anacronistiche “crociate”, ma per farsi carico fino in fondo del governo di questo mondo globalizzato.” “Ecco allora il secondo tema: i tanti conflitti “locali”, che forse apparivano funzionali ad una “governance” del business globale, costituiscono il “brodo di coltura” di coloro che scommettono sulla “guerra civile”. Si ritorna così alla Terrasanta, alla necessità di arrivare alla pace, le cui linee sono peraltro da decenni scritte in mai attuate risoluzioni delle Nazioni Unite.” “Il terzo punto è quello della necessità di una leadership politica di grandi orizzonti, di una “grande coalizione politica”, per fare fronte non solo alla sfida del terrorismo internazionale, ed alla sua necessaria repressione, ma soprattutto per indicare ormai a tutta l’umanità, percorsi comuni di sviluppo. Bush padre ha lasciato in eredità, con la “guerra del Golfo”, una questione aperta su quello che allora si definiva “il nuovo ordine mondiale”. Sono passati ormai più di dieci anni e la questione resta all’ordine del giorno.” “Definendo lo stato d’animo americano il presidente Bush ha parlato di “un insieme di dolore e di forte determinazione”. Una forte determinazione possa applicarsi, senza riserve, a dare ad una sfida mostruosa, una risposta ferma, una risposta di civiltà. Che possa avere veramente il contributo di tutti, nel mondo.” “” “” “