” “”Non facciamo entrare Dio dove esistono solo guerre mondane. E abbiamo il coraggio di dirlo, altrimenti siamo conniventi!”. E’ l’esortazione rivolta ieri da Giulio Cipollone, dell’Università Gregoriana, in apertura della consueta settimana teologica del Meic (Movimento ecclesiale di impegno culturale), in corso in questi giorni (fino al 29 agosto) ad Assisi, quest’anno incentrata sul tema “In dialogo sulle grandi domande. Le religioni di fronte al problema della violenza”. Cipollone ha messo in guardia contro il rischio che “una religione senza fede entri a far parte dell’ideologia chiudendosi in se stessa, provocando violenza, ipocrisia e falsità”. Un invito, quindi, a distinguere tra “fede” e “religione”: la prima è “servizio, amore, inclusione”, la seconda, se fondata sulla dicotomia “dentro/fuori” (“cioè chi è dentro è amico, chi è fuori è nemico”), può rischiare di diventare “potere”. Un esempio emblematico, basato su uno studio di documenti storici del periodo delle guerre con i saraceni, mostra il paradosso di questa distinzione tra “dentro e fuori, amico e nemico”: “In tempo di guerra per i musulmani i cristiani erano infedeli, incerti, menzogneri, politeisti (perché adoravano la trinità), gente della domenica, ipocriti, falsi, immondi, seguaci del diavolo, razza dannata. Gli stessi ‘complimenti’ venivano usati dai cristiani nei confronti dei musulmani. Dopo la guerra, per i cristiani la vittoria era di Dio, gli uccisi erano martiri mentre i saraceni erano criminali, e la sconfitta era per i propri peccati. Lo stesso per i musulmani. Al termine di tutto, i cristiani facevano festa per la pace e fraternizzavano con il nemico. I musulmani anche. Le prospettive sono identiche”. (segue)” “” ”