“Pasqua 2002 in Palestina è un esempio che la crocifissione non è compiuta. Il sentimento predominante nei palestinesi è che il processo decennale di pace è una guerra camuffata” affinché essi “rinuncino spontaneamente al loro diritto di una pace ‘giusta’”. E’ quanto afferma nel suo intervento all’XI Assemblea nazionale dell’Azione cattolica italiana, apertasi oggi a Roma (alla Domus Pacis, fino al 28 aprile), Jacqueline Sfeir, decano della facoltà di educazione dell’Università di Betlemme. Del resto, prosegue la relatrice, “la guerra in Palestina non è che una delle manifestazioni di un mondo in tumulto: non sono in guerra solo i Paesi, ma quasi in ogni Paese la gente sperimenta forme diverse di violenza”. Quale il ruolo della Chiesa? Essa, “incarnata nel tempo e nello spazio”, “non può restare in silenzio quando viene perpetrata un’ingiustizia, non può giustificare la violenza; deve fare da ponte fra le parti. Né alleata, né nemica, il suo è un ruolo che comprende entrambe le cose”. Di qui il compito di contribuire a promuovere una cultura di pace fondata sulla giustizia “combattendo la colonizzazione e opponendosi alla manipolazione internazionale degli interessi strategici ed economici”. Un impegno di educazione alla pace tanto più importante oggi, è intervenuta la presidente di Ac, Paola Bignardi, “che abbiamo visto usare la vita come strumento di morte e che ci siamo resi conto che è possibile non provare per la guerra quell’orrore che ci sembrava l’unico atteggiamento umanamente ammissibile fino a qualche tempo fa”. Secondo Bignardi, per l’edificazione della pace “la via del perdono è non solo la scelta più conforme al Vangelo, ma anche la più realistica dal punto di vista politico” perché “le proporzioni del male inferto e patito” rendono “impossibile qualsiasi riparazione”. Di qui la necessità “di uomini di buona volontà che si impegnino nella ricerca di strumenti giuridici idonei a tradurre il perdono in scelte politiche”.