“Il lavoro è un diritto-dovere dell’uomo ed è da enumerarsi tra i diritti inalienabili e inviolabili della persona umana. Nessun mutamento sociale e trasformazione del lavoro possono giustificare la violazione di questo diritto”. Intorno alla “centralità dell’uomo”, vero “soggetto del lavoro”, devono ruotare “la produttività come il profitto, la flessibilità come la competitività e il mercato”. Sono riflessioni contenute in un documento della pastorale sociale e del lavoro del Triveneto reso noto alla vigilia dello sciopero generale di oggi. In un mondo del lavoro molto diversificato in cui, accanto “a lavoratori tutelati, c’è una realtà crescente di lavoratori che godono di tutele minime e di prospettive occupazionali incerte”, e in un “clima sociale dominato dall’insicurezza – affermano gli estensori del testo -, la decisione di cancellare una tutela (significativa) senza proporre (contestualmente) un disegno complessivo (e coperto finanziariamente) di riforma delle politiche del lavoro appare poco convincente e finisce per produrre nel tessuto sociale lacerazioni nocive e controproducenti che sfociano in comprensibili proteste sociali”. “Non è prudente – si legge ancora nel documento – provocare un nuovo scontro sociale tra capitale e lavoro proprio nell’epoca in cui ‘la risorsa umana’ viene evocata da tutti come centrale e prioritaria”, ed occorre ribadire “l’importanza fondamentale del rapporto tra le parti sociali nel riconoscimento dei loro ruoli: da una parte infatti l’impresa contribuisce a creare sviluppo, dall’altra il sindacato tutela la dignità del lavoro e la solidarietà”. L’intervento dell’ente pubblico, infine, “deve essere al servizio del bene comune e nel rispetto del principio di sussidiarietà. Senza coesione sociale infatti non c’è vero sviluppo”.