La superstizione è “un fatto psicologico” che “serpeggia un po’ dovunque nei fatti religiosi”, ma questo non significa che nella religiosità popolare “si debba buttar via tutto”. A precisarlo è stato il card. Jorge Arturo Medina Estévez, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei sacramenti, presentando oggi in Vaticano il “Direttorio su pietà popolare e liturgia”. “Non dobbiamo vedere superstizione in ogni espressione gestuale di religiosità”, ha detto il cardinale rispondendo alle domande dei giornalisti, puntualizzando che nelle varie pratiche di devozione popolare sono presenti “espressioni, gesti e atteggiamenti che esprimono la valenza personale del proprio rapporto con Dio”, il quale “non può mai prescindere dalla corporeità umana”. Il nuovo Direttorio, ha aggiunto tuttavia Estévez, “non è una sorta di esorcismo contro i puristi della liturgia e della fede”, ma un testo che intende “valorizzare l’utilità della religiosità popolare”, nei confronti della quale “qualsiasi atteggiamento di diffidenza sarebbe grave, se non letale”. Sul rapporto tra superstizione e pietà popolare si è soffermato anche mons. Francesco Pio Tamburrino, segretario della citata Congregazione pontificia, osservando che “il superstizioso si ferma all’oggetto, pensando che abbia una sua potenza intrinseca”, mentre gli oggetti della pietà popolare “fanno riferimento al mistero di Cristo”. Il card. Estevez si è anche espresso su pratiche come quella della cremazione, definite legittime, anche se a loro volta “da evangelizzare”. “L’inumazione è il tradizionale modo cristiano della sepoltura”, ha ricordato il cardinale, aggiungendo però che “questa prassi nelle grandi città è scomparsa da molto tempo”, ed i cimiteri “sono diventati troppo costosi”. “Per l’onnipotenza di Dio – ha detto il cardinale – non è uno sforzo molto differente, resuscitare cadaveri ormai mummificati o ridotti in cenere”.