Il 6 aprile è “data fatidica” per i popoli ricorda Maria Rita Saulle, docente di diritto internazionale all’Università di Roma “La Sapienza”, nell’editoriale che sarà pubblicato sul prossimo numero di SirEuropa. E spiega: “Il 6 aprile 1941 la prima Jugoslavia fu attaccata e distrutta, scissa e smembrata, occupata in parte dai tedeschi, in parte dagli italiani. Ed il 6 aprile 1992, senza alcun attacco esterno, la Jugoslavia si è lacerata in quella guerra che viene definita ‘interetnica’ ed interreligiosa”. Oggi, osserva Saulle, che si è recata numerose volte in Bosnia in qualità di membro della Commissione prevista dagli accordi Dayton per la restituzione delle proprietà immobiliari, “a dieci anni dallo scoppio del conflitto ed a sei anni dalla fine di esso, il panorama della Bosnia risulta alquanto desolato: la ricostruzione è lenta, l’economia stenta a decollare e tutto procede in subordine rispetto alla presenza delle forze di sicurezza e degli enti internazionali che agiscono nell’area sulla base del ‘sistema Dayton’ e che rappresentano anche l’origine del reddito di molti bosniaci”. In questo quadro, “il Consiglio d’Europa e l’Unione europea rappresentano il miraggio di un popolo che, ormai disincantato, spera che qualche cosa accada fuori della Bosnia e questo valga a trainarlo fuori dal guado. Gli accordi di Dayton, firmati dalle parti in conflitto, erano diretti a responsabilizzare le stesse parti: rispetto ad essi gli Stati più importanti e l’Unione europea agivano da testimoni. Ciò sta a significare che la Bosnia Erzegovina dovrebbe diventare arbitro del suo destino: peccato che su questo gravino già più di un errore commesso dalla comunità internazionale ed il ricordo di un passato di storia che diviene presente e che forse sarebbe opportuno dimenticare per guardare con maggiore fiducia verso un futuro diverso”.