FILIPPINE: MISSIONARIO ITALIANO LIBERATO

Padre Giuseppe Pierantoni, missionario dehoniano italiano a Dimataling (Filippine meridionali), dopo 172 giorni dal suo rapimento, è stato liberato questa mattina alle 2 (ora italiana), con un’operazione delle forze speciali filippine. Ne ha dato notizia ufficialmente con un comunicato stampa la Congregazione dei sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (dehoniani). Padre Giuseppe Pierantoni era stato sequestrato la sera del 17 ottobre 2001 da una quindicina di uomini armati, dopo che aveva celebrato la messa nella parrocchia di Dimataling (diocesi di Pagadian, isola di Mindanao). “Siamo pieni di gioia – ha affermato al Sir padre Virginio Bressanelli, superiore generale della Congregazione – perché la scarcerazione è avvenuta in un momento disatteso. Nemmeno i confratelli presenti nelle Filippine l’attendevano, tanto più perché oggi era in programma un incontro con degli intermediari”. “Ho parlato con padre Pierantoni – ha continuato – alle 8 di questa mattina. Si trovava all’Ambasciata italiana per svolgere le pratiche, solite dopo tali avvenimenti. Ritornerà nella comunità dehoniana di Dimataling domani”. Il missionario, ha affermato padre Virginio Bressanelli, “ha definito questo periodo come un ritiro spirituale, da cui la salute fisica e morale ne sono uscite rinforzate”. Il superiore generale dei dehoniani li ha poi spiegato la scelta di una missione proprio nel Sud delle Filippine: “È nostra prassi, seconda la volontà del fondatore, agire sempre alle periferie di posti difficili, essendo, per questo, disposti a morire anche da giovani. Tuttora nella zona di Dimataling i missionari ricevono delle minacce, che rendono impossibile un lavoro sereno. Ma essere missionario – ha ricordato il superiore generale – significa anche accettare situazioni difficili”. Padre Virginio Bressanelli ha sottolineato anche come “il sequestro di padre Pierantoni abbia segnato una crescita nel dialogo interreligioso con i mussulmani. Abbiamo apprezzato molto l’atteggiamento di una parte di loro che, oltre a condannare il fatto del rapimento, hanno indetto tempi speciali di preghiera nelle loro moschee”.