EUTANASIA IN OLANDA: DOLDI, UN “TRISTE PRIMATO” CHE I CATTOLICI NON DEVONO IMITARE

Quello dell’Olanda è un “triste primato” da non imitare, soprattutto evitando quella “pericolosa dicotomia di coscienza” che ha portato i cattolici, anche in Italia, alle scelte sul divorzio e sull’aborto. E’ il parere espresso dal teologo Marco Doldi, in un’intervista che verrà pubblicata sul prossimo numero del Sir, in merito alla legge sull’eutanasia, da oggi in vigore in Olanda, e in base alla quale la pratica della “dolce morte” – attiva e passiva – viene legalizzata anche per i minori: a partire dai 16 anni, infatti, è possibile per gli adolescenti decidere di “chiedere la morte”, mentre fra i 12 e i 16 anni è necessario il consenso dei genitori. “Il triste primato d’Olanda – commenta il teologo citando un responso della Corte Suprema britannica e alcuni “casi italiani” presentati dai media – getta un’ombra preoccupante su tutti gli altri Paesi europei dove non sono mai mancati movimenti e associazioni a favore della dolce morte”. “Giungeremo in Italia a legalizzare l’eutanasia?”, si chiede quindi Doldi, invitando i cattolici a non cadere “in quella pericolosa dicotomia di coscienza, analoga alla scelta sul divorzio e sull’aborto, così da dichiararsi personalmente contrari all’eutanasia, ma nel caso di una votazione, disposti a cambiare parere”, per non “imporre a tutti la propria convinzione”. “Il triste primato d’Olanda – aggiunge Doldi – getta un’ombra preoccupante su tutti gli altri Paesi europei dove non sono mai mancati movimenti e associazioni a favore della dolce morte”. La nuova legge olandese, prevede Doldi, “è destinata a suscitare nuovi ed accesi dibattiti, come avvenne nel caso dell’aborto”: ma l’eutanasia non è “una preoccupazione squisitamente cattolica”, né tantomeno “un’espressione legittima di libertà”. Pratiche come l’eutanasia, ricorda infatti il teologo, sono condannate dal magistero della Chiesa, che “distingue opportunamente tra la disumanità dell’accanimento terapeutico e la bontà delle cure palliative e dell’assistenza personale al paziente”. Sul piano medico, conclude Doldi, vanno tenute “in adeguata considerazione tutte quelle terapie, che hanno come preciso scopo quello di aiutare la persona a sopportare il dolore, anche se diminuiscono lo stato di coscienza o paradossalmente accelerano la morte: esse non vengono certo impiegato per fa morire, ma per alleviare il dolore e continuare la doverosa assistenza medica e familiare”.