SUDAN, CONDANNA A MORTE ANNULLATA: TALLEI (S.EGIDIO), ESSENZIALE LA “PRESSIONE INTERNAZIONALE”

Si è concluso con un annullamento della condanna, da parte della Corte suprema sudanese, il caso della diciottenne profuga, di religione cristiana, condannata alla lapidazione per essere rimasta incinta fuori dal matrimonio, forse vittima di una violenza sessuale. “Tutto si è svolto in brevissimo tempo – commenta Stefania Tallei, responsabile della campagna contro la pena di morte della Comunità di S.Egidio -. Tanto che stavamo per lanciare un appello, come per Safiya in Nigeria, ma ci è giunta la notizia che la condanna a morte era stata revocata”. Il buon esito della vicenda, secondo Tallei, deriva da diversi fattori: “Ritengo che la Corte suprema sudanese abbia trovato dei motivi giuridici affinché questa ragazza non fosse messa a morte”. Ma non è da sottovalutare il peso che hanno avuto “le pressioni esercitate da realtà come il governo italiano, la Santa Sede, organizzazioni non governative”. Anche per Safiya in Nigeria, condannata a morte dopo essere stata violentata, la salvezza dovrebbe essere vicina: “In questi casi bisogna sempre utilizzare il condizionale – osserva Tallei – ma dalle notizie che abbiamo anche Safiya dovrebbe essere salva. Ancora una volta le pressioni internazionali hanno avuto un buon effetto, basti pensare che solo dall’Italia sono giunti all’ambasciata nigeriana 50 mila fax, e-mail, lettere per indurre il governo a sospendere la condanna”. Non sempre però questo è il modo migliore per salvare la vita ad un condannato a morte, specie nei Paesi dove vige la legge islamica o ci si trova in presenza di regimi autoritari: “In questi casi – spiega la responsabile di S.Egidio per la campagna contro la pena di morte – dobbiamo sempre valutare preventivamente quale strada sia meglio percorrere: quella di una trattativa riservata con i rispettivi governi o se sia meglio promuovere una campagna internazionale per indurre i tribunali e gli Stati a rivedere una decisione”. Purtroppo, prosegue Tallei, “in molti casi veniamo invece a sapere della condanna a morte ad esecuzione già avvenuta. Questo capita in Paesi islamici ma anche in Paesi come il Giappone e la Cina”. In Giappone, spiega Tallei, “molte volte capita che la stessa famiglia del condannato venga informata dopo l’esecuzione”.