“I nostri bambini si attendono risposte da quiz, un premio per ogni risposta, proprio come viene proposto dai programmi televisivi” è la provocazione lanciata da Beppe Del Colle, direttore del settimanale Il Nostro Tempo ed editorialista di Famiglia Cristiana in occasione del dibattito, organizzato oggi a Torino, dall’Ucsi (Unione cattolica della stampa italiana” su “Ragazzi e media, un rapporto senza comunicazione”. Titolo su cui il giornalista ha sottolineato: “Al contrario esiste un rapporto diretto tra i giovani e i media, in particolare con la televisione”. E si è domandato: “Quale effetto può avere sui bambini stare ore davanti alla tv da soli, senza la presenza di un adulto? Un tempo erano la famiglia, la chiesa e la scuola ad educare le nuove generazioni da alcuni decenni, invece, sono i mezzi di comunicazione ad educare senza una presenza forte degli adulti”. “Bene e male, giusto e ingiusto un confine che troppo spesso nei nostri media viene dimenticato. E’ questo ciò che mi preoccupa di più. I valori vengono messi in secondo piano” ha esordito Gianni Riotta, condirettore de La Stampa. “Certo c’è molta volgarità nei nostri media, sono il primo ad affermarlo, ma questo più che preoccuparmi mi irrita. Diverso invece il messaggio che sta passando che abbina i problemi sociali alla noia. E poi mi fa paura quando alcuni colleghi sono convinti di ‘sapere cosa vuole la gente’. La realtà, comunque, è sempre più importante dei media, e se poi i giovani non leggono più i giornali la responsabilità può essere proprio nostra che non sappiamo farci leggere”. Il sociologo Franco Garelli mette tutti in guardia: “Non ha senso raffigurarci come l’epoca più drammatica. La questione è che non riusciamo a leggere il cambiamento, guardiamo la realtà con gli occhi di ieri”. Bisogna fare i conti con il fatto che i bambini vivono la ‘socialità’ davanti alla televisione: “Non ci sono più cortili, gli spazi da condividere sono solo più virtuali. I ragazzi arrivano nei gruppi senza aver mai socializzato, non hanno luoghi per imparare a stare in mezzo agli altri”. E lancia una nota di speranza: “Non ci sono elementi, però, per affermare che una massiccia esposizione ai programmi televisivi abbia influenze precise sui comportamenti”. Non dobbiamo vedere però solo i dati problematici. “I media – ha detto Garelli – possono aiutarci a comprendere la realtà che cambia. E’ vero che i media possono educare, ma solo se la scuola e la famiglia sono assenti”.