“Indistinto e seriale non è solo il profilo di Erika e Omar ma di tutti i minori. Questa nuova antropologia non si contrasta con le denunce. Occorre una cultura orizzontale che superi i segmenti e la logica del profitto e produca il nuovo”. Giuseppe De Rita, segretario generale del Censis commenta i dati presentati questa mattina dall’istituto di ricerca su “Media e minori nel mondo. Scenari internazionali, sfide per il futuro”. “La consapevolezza collettiva sulla rilevanza del rapporto tra media e minori è arrivata nel nostro paese a una fase di stallo”, spiega Elisa Manna, curatrice della ricerca. I codici di autoregolamentazione (“ormai non si contano”) e le “ondate di allarmismo” non cambiano la sostanza delle cose e non offrono media “più rispettosi delle esigenze dei bambini e degli adolescenti”. La “dialettica polarizzata”, che in Italia oscilla tra “ansia e deresponsabilizzazione degli operatori”, può essere canalizzata verso una “politica culturale attenta alla qualità, ai contenuti e agli stili comunicativi di tv, giochi, internet”. “Quello della fascia protetta è solo uno degli strumenti a disposizione”, continua Manna. La curiosità e il bisogno di esplorazione porta il minore a guardare programmi per adulti. “Ma il mondo degli adulti è quello rappresentato in tv? O è solo una visione parziale, spesso distorta o torbida?”. È necessario “rilanciare con vigore il tema della produzione di qualità” e “puntare nello stesso tempo sul rafforzamento delle capacità critiche del minore”. In questo senso la ‘media education’ non è “puro tecnicismo nozionistico” o “semplice acquisizione di abilità” e deve essere pensata anche per gli adulti. Il problema dell’influenza dei media sui minori è la preoccupazione principale di genitori e insegnanti. La ricerca evidenzia che gli effetti vanno immaginati come “struttura a cascata”, dai riflessi medici a quelli psicologici e culturali: posture errate, isolamento, assuefazione alla violenza, senso estetico elementare, induzione ossessiva al consumo, percezione romanzata della realtà. “La teoria del bambino competente è troppo spesso utilizzata come alibi deresponsabilizzante per emittenti e produttori”, prosegue Manna. Al contrario i media “possono essere usati per promuovere effetti socialmente positivi”, come “rimuovere fobie, promuovere la relazionalità, superare stereotipi sessuali ed etnici”.