RACCONTARE LA GUERRA: I GIORNALISTI FANNO AUTOCRITICA

Riscoperta del ruolo degli inviati di guerra ma anche incompletezza e parzialità dell’informazione sul conflitto in Afghanistan. Questa l’analisi compiuta questa mattina dai giornalisti intervenuti alla tavola rotonda su “Giornalisti a rischio. Ragionando sull’informazione dopo l’11 settembre”, organizzata a Roma dall’Ucsi, Unione cattolica della stampa italiana, in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti e la Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana) per la festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, che ricorreva il 24 gennaio. Dennis Redmont (Associated Press-Italia): “Siamo di fronte ad un panorama deprimente. Dalla guerra di Crimea fino a quella del Vietnam i giornalisti sono sempre andati al seguito delle truppe. In Afghanistan solo una volta, il 25 novembre scorso, ad un pool di giornalisti è stato permesso di accompagnare i marines a Kandahar”. Ennio Remondino: “Ventiquattro ore prima dell’inizio dell’attacco in Afghanistan un piccolo gruppo di giornalisti ‘amici’ è stato contattato dal Pentagono e invitato a seguirne in diretta le fasi. L’informazione è diventata così uno strumento d’arma nelle mani dei generali”. Gad Lerner: “L’11 settembre, così come i fatti del G8 a Genova, ha messo in evidenza l’impreparazione professionale dei giornalisti. Abbiamo paura di confrontarci con le altre parti del mondo: per questo in Algeria sono stati fatti 100 mila morti e, nonostante ci affacciamo sullo stesso mare, non ne parliamo affatto. Lo stesso è accaduto con il fondamentalismo islamico e con la guerra nei Balcani”. Dino Boffo: l’uccisione di Maria Grazia Cutuli ci invita a riconsiderare gli “eroismi ordinari e straordinari della nostra professione. Siamo chiamati a rovistare tra le nostre pavidità e interrogarci su cosa pensiamo del nostro lavoro, a cosa stiamo riducendo il nostro mestiere. L’eroismo quotidiano passa attraverso la qualità del nostro lavoro”.