Angoscia nel vedere i talebani detenuti in quelle stesse gabbie dove un tempo fu rinchiuso anche suo padre e la consapevolezza che le convenzioni umanitarie da sole non bastano a garantire il rispetto dei diritti umani. E’ quanto ha detto in un’intervista al Sir, Mary De Rachewiltz, scrittrice e figlia del poeta americano Ezra Pound, commentando la notizia dei combattenti talebani reclusi, in gabbie metalliche, nella base americana di Guantanamo, a Cuba. Un’esperienza simile a quella di suo padre, in un campo di prigionia a Pisa, nel 1945, quando arrestato dagli alleati, rimase tre settimane chiuso in una gabbia di ferro esposto al sole di giorno e ai fari di notte. ” “”Un’angoscia tremenda, e non sono la sola, alla vista delle gabbie dei talebani, del crudele filo spinato e perfino delle guardie che mettono paura” ha detto De Rachewiltz citando versi del padre nati nella gabbia di Pisa: “Chi ha trascorso un mese nelle celle della morte non crede più nella pena capitale. Chi ha passato un mese nelle celle della morte non ammetterà gabbie per belve’ (canto 83)”. Per evitare simili fatti per la scrittrice, “le convenzioni umanitarie da sole non bastano. Ci vuole più educazione alle radici. C’è troppa compiacenza verso i grandi monopoli, c’è l’avidità dei potenti, tesi ad aumentare la ricchezza dei popoli ricchi e la miseria dei poveri. Non bastano le parole dei poeti che commuovono soprattutto noi che ci sentiamo impotenti. Abbiamo bisogno di uomini generosi e preparati a risolvere le questioni economiche e non esperti di borsa”. “La forza bruta – conclude De Rachewiltz nell’intervista che verrà pubblicata sul prossimo numero del Sir – dilaga non solo tra gli uomini, ma si è estesa anche alla natura che ha bisogno di cure e di silenzio. Resta il forte invito del Papa – ribadito ad Assisi – alla preghiera come ultima risorsa. Ed io non posso che citare il verso ‘Pray, Pray, there is the power’ (Pregare, pregare, questo è il potere), sottolineato dall’ideogramma cinese che indica rispetto (Canto 110)”.