“Il piano del presidente americano Bush per la Terra Santa rappresenta il disperato bisogno del Governo americano di staccare la questione palestinese dalla lotta al terrorismo che lo vede impegnato dopo l’11 settembre scorso” E’ quanto sostiene in un’intervista pubblicata sul prossimo numero del Sir l’esperto di politica internazionale Romanello Cantini. Commentando il piano di pace, illustrato ieri dal presidente Usa, Bush, l’esperto ritiene che la sua attuazione potrebbe essere favorita da “due debolezze”. “Una – afferma – è quella oggettiva di Sharon che nonostante tutte le incursioni nei Territori non è riuscito a debellare il terrorismo e garantire sicurezza al suo popolo. L’altra è quella di Arafat che si sta accorgendo che se da un lato il terrorismo può avere conseguenze drammatiche in Israele dall’altro lo isola sul piano internazionale. La dimostrazione sta nel fatto che nessuno dei due leader in lotta ha detto aprioristicamente ‘no’ al piano”. La richiesta americana al popolo palestinese di nuove elezioni e nuovi leader è, secondo Cantini, “una concessione fatta a Sharon per fargli accettare l’idea di uno Stato palestinese”. Tuttavia, aggiunge, “mi chiedo dove sono i moderati che possono sostituire Arafat che, tra l’altro ha già detto di voler indire le elezioni all’inizio del 2003”. La sospensione degli insediamenti israeliani ed il ritiro entro le posizioni del settembre 2000, richiesti dagli Usa a Sharon, rappresentano, ad avviso dell’esperto, “due concessioni da fare se si vuol parlare di pace. Sul piano della sicurezza – afferma Cantini – gli insediamenti hanno dimostrato di essere indifendibili”. Resta da definire, nel piano, il nodo dello status di Gerusalemme e del ritorno dei profughi. “Nodi per certi versi insolubili e da affrontare con negoziati lunghi e complessi – conclude Cantini -. Non c’è dubbio che i profughi palestinesi hanno diritto a ritornare. Ma si tratta di 4 milioni di persone che se rientrano in Israele mineranno l’identità del Paese. Così come il ‘problema’ di Gerusalemme, che può essere risolto solo con uno statuto internazionale, come auspicato dal Papa”.