“E’ di estremo rilievo il fatto che nella norma di apertura della legge sulla procreazione medicalmente assistita – norma che più di ogni altra manifesta gli obiettivi che si vogliono raggiungere – sia stato prescelto quale angolo di visuale primario quello dei diritti del concepito”: questo il commento dell’Istituto di Bioetica della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, a proposito dell’approvazione dell’art.1 della legge sulla procreazione medicalmente assistita avvenuta ieri alla Camera. “E’ stato detto – osserva l’Istituto – che scopo della legge è quello di tutelare la salute della donna e dei nati facendo ordine nella giungla dei centri privati. Si è sottolineata la necessità di tutelare il desiderio di genitorialità degli adulti o la libertà della scienza. Ma vi è un altro scopo, prioritario rispetto ai suindicati: con le tecniche di procreazione medicalmente assistita si porta all’esistenza un essere umano che prima non c’era. E’, allora, necessario pensare prima di tutto a lui, al suo miglior interesse, ai suoi diritti”. “Parlare di ‘diritti del concepito’ – prosegue l’Istituto – significa dire che l’embrione deve essere considerato un soggetto, cosa per altro esplicita nel testo dell’art. 1, dove al termine “diritti” si affianca quello di “soggetti”. Lungi dall’essere espressione di un atteggiamento fideistico, il riconoscimento dei diritti del concepito raccoglie anche le indicazioni del Comitato nazionale di Bioetica”. A proposito dei timori che il riconoscimento dei diritti del concepito potesse mettere in discussione la legge 194/78, la nota dell’Istituto di bioetica afferma: “A prescindere dal fatto che la questione ‘aborto’ richiede una ampia e apposita riflessione, bisogna precisare che tale paura appare ingiustificata almeno per due motivi. Innanzitutto, perché il fondamento teorico della legge 194/78 non è il disconoscimento dell’umanità del concepito, quanto piuttosto la discutibile possibilità di un conflitto di diritti e interessi tra madre e nascituro. In secondo luogo, diversa è la condizione dell’embrione fecondato in vitro: generato al di fuori del corpo materno, egli vive la fase più pericolosa della sua vita in una provetta e il suo destino non è affidato solo alla madre ma anche alla collettività nel suo insieme e alle sue leggi. Perciò solo nel caso della fecondazione in vitro – e non necessariamente in quello dell’aborto – legalizzare l’uccisione dell’embrione umano significa negarne in radice la dignità, l’umanità, il diritto alla vita. In ogni caso l’affermazione del concepito come soggetto, anche senza modificare la legge 194/78, ne evita inaccettabili derive permissive in sede applicativa e interpretativa”. “Date le premesse – conclude la nota – vedremo se il dibattito si svilupperà, nei giorni successivi, in modo almeno coerente”.