” “Affrontare dal punto di vista giuridico la prostituzione soltanto a partire dalla questione delle “case chiuse” sarebbe “una visione parziale” del problema, “certamente non destinata a produrre buoni risultati” sul piano della prevenzione del fenomeno, che rimarrebbe comunque una “forma di schiavitù”. E’ il commento di Giuseppe Dalla Torre, rettore della Lumsa, alla nuova legge sulla prostituzione, in discussione alla Commissione giustizia della Camera dei Deputati. “Immigrazione clandestina, reati legati allo sfruttamento o al riciclaggio di denaro, criminalità organizzata o ‘monitorata’ sul territorio”: sono queste, sostiene il giurista in un’intervista che sarà pubblicata sul Sir di domani, alcune “cause remote” di un fenomeno “delicato e complesso” come quello della prostituzione, che “non può essere risolto semplicemente agendo sull’effetto”, ma anzitutto superando “la schizofrenia della nostra società, che da un lato esaspera la sessualità, dall’altro si dimostra sconcertata quando assiste agli effetti degenerativi di essa, come la pedofilia o la prostituzione”. In questo contesto, spiega Dalla Torre, affrontare la questione della prostituzione solo a partire dalle “case chiuse” come, stando alle anticipazioni di stampa, sembrerebbe fare la proposta di legge in discussione alla Camera significa “affrontare in maniera parziale e miope un fenomeno dalle origine complesse. Chi ci assicura, ad esempio, che con la riapertura delle case chiuse verrebbe superato ogni tipo di sfruttamento? E come si collocherebbe giuridicamente la riapertura delle case chiuse con le norme internazionali a favore della liberazione della donna e della dignità della persona umana?”. Dalla Torre, in particolare, definisce “molto strana ed ipocrita” l’idea di una “pesante penalizzazione delle donne che si prostituiscono ‘abusivamente’, rispetto a chi invece si serve di loro”: le prostitute, infatti, in base alla nuova legge verrebbero punite con il carcere, mentre i clienti se la caverebbero con una multa. Per il giurista, al contrario, “bisogna far cadere l’ipocrisia che circonda la figura del cliente, il quale contribuisce e partecipa di fatto al reato, dove ci sono gli estremi”.