Pubblichiamo il testo integrale della nota Sir di questa settimana
Tra le frontiere della costituzione europea, cioè dell’assetto dell’Unione e delle sue prospettive, c’è sicuramente la questione del welfare, cioè del sistema di garanzie e di tutele che caratterizza il modello europeo di “cittadinanza sociale”.
Che esso debba essere aggiornato al nuovo quadro del sistema di competizione globale è un dato di fatto. Che esso debba continuare ad offrire un preciso punto di riferimento per lo sviluppo di quello che è stato definito lo “stato sociale di diritto” è un’altra certezza.
D’altra parte le recenti vicende americane, dal falso in bilancio ai massicci aiuti statali all’agricoltura, ad industrie strategiche, come l’acciaio, agli investimenti militari, dimostrano come i modelli “puri”, fondati sul mercato, siano solo negli schemi di scuola.
Solo in questo quadro ampio e complesso, si può ragionare delle vicende italiane. Con un’ulteriore precisazione che diventa complicazione. Lo strutturale problema della riforma e del nuovo sviluppo dello “stato sociale” si intreccia infatti con i problemi politici, legati alla evoluzione di un “bipolarismo” ancora tutto da definire e ad una cultura politica diffusa che, come certifica da ultimo una importante indagine dell’Istituto Cattaneo”, è ancora segnata dalla polarizzazione comunismo-anticomunismo.
Il confronto, che si è concluso con la firma di un accordo tra governo e parti sociali cui non ha partecipato la CGIL, è stato duro, come dimostra l’impennata delle ore di sciopero. Ci sono stati passaggio tragici, come la vicenda sempre più oscura dell’assassinio del professor Marco Biagi. Alla fine non ci si è discostati troppo dalla linea della cosiddetta “concertazione”, che ha visto anche negli anni scorsi accordi separati, attraverso una dialettica anche serrata che tuttavia mai ha portato alla delegittimazione degli interlocutori.
Qui occorre essere chiari. Dopo il “patto per l’Italia” la strada è molta e stretta: richiede a tutti i soggetti una grande freddezza. Anche perché, almeno nelle dichiarazioni, tutti condividono l’obiettivo di arrivare ad una riforma che rilanci e non invece azzoppi il sistema-Paese. In questo senso è necessaria un’opera di adeguamento permanente: miope sarebbe tanto la semplice conservazione dell’esistente quanto l’adozione di modelli di scuola rigidi e di fatto inapplicabili o l’affermazione di una parte sociale sull’altra.
Tutto questo comporta pazienza, rotture e ripartenze, comporta un continuo, faticoso ma essenziale esercizio di democrazia. E la democrazia italiana si definisce “fondata sul lavoro”: un lavoro che cambia, ma deve avere sempre al centro la persona, nella pienezza dei suoi diritti, e dei suoi doveri, ed i doveri “inderogabili” che alle istituzioni ne conseguono.