A meno che, invece, non si voglia “chiudere gli occhi” o basarsi su “censure aprioristiche” – ha proseguito Nicora durante la terza conferenza stampa della XLIX Assemblea della Cei – l’apporto del cristianesimo “è stato e resta uno degli apporti più significativi e decisivi per l’Europa”, ed il “pericolo” è che vanga “ignorato o ridotto a un valore storico-museale”, mentre al contrario è ancora “destinato a promuovere gli stessi valori che ha a cuore l’Unione europea”, tra cui “il superamento dei nazionalismi, la promozione della pace, della giustizia e della solidarietà”. Riguardo ai possibili esiti dei lavori della Convenzione europea, Nicora ha precisato che rispetto alla Carta di Nizza “almeno si possono porre i problemi, e questa è già un’acquisizione democratica”. In terzo luogo, ha osservato Nicora, bisogna “salvaguardare le specifiche discipline di relazione tra Chiesa e Stato, proprie delle diverse organizzazioni nazionali”, in base al principio di sussidiarietà: questo perché “esiste una varietà indescrivibile” di situazioni all’interno dell’Unione, che vanno dalla “laicità separatista con punte ostili” dell’area francese, a zone “più neutrali” come quelle dei Paesi scandinavi, fino ad aree, come quella germanica, in cui “il ruolo pubblico delle religioni è molto sentito”. Senza contare, infine, l’area dei “nuovi Paesi che aderiranno all’Europa”, caratterizzati – ha concluso il vescovo – dalla “liberazione da un’oppressione cinquantennale, e dalla riacquisizione della libertà religiosa non in senso separatista-rigido, ma ricco e pluralista, capace di dialogare anche con la dimensione pubblica”.