“Tra vent’anni, saremo un terzo di meno…”. Ha riassunto con una previsione mons. Giuseppe Betori, segretario generale della Cei, la crisi delle vocazioni sacerdotali che affligge anche il nostro Paese, in cui attualmente sono presenti 40 mila preti, con 25 mila parrocchie. L’antidoto alla crisi, per Betori, è “una Chiesa fortemente ancorata al territorio, fatta di preti che continuano a stare con la gente, senza rinchiudersi in piccole comunità”. L’ipotizzabile, e cospicua, diminuzione dei sacerdoti richiederà, ha ammesso comunque il segretario generale della Cei, “un’articolazione diversa: il parroco di una volta va ripensato, ma sempre nell’ottica della presenza sul territorio”. No, quindi, a d un prete “funzionario”, o al “cappellano di élite”, sì a parroci che “stanno con la gente”, tenendo conto che in Italia la crisi delle vocazioni ha un “volto” diverso rispetto ad altre parti dell’Europa, dove si assiste “ad una cancellazione totale della dimensione pubblica e di testimonianza della fede”. Oggi, in Italia, secondo Betori “è ancora possibile ‘dire’ il cristianesimo ed esprimersi come cristiani”, anche se ai contenuti del Vangelo “non corrisponde una ‘mentalità evangelica’ molto forte”. Di qui, allora, la centralità di quella che il card. Ruini, nella prolusione, ha definito “questione antropologica”, che è stato oggetto oggi di quasi la metà degli interventi dei vescovi in assemblea (10 su 22); l’altro grande tema del dibattito episcopale, ha informato Betori, è stato il laicato, a cui “tutto lascia presagire” che verrà dedicato il prossimo Convegno ecclesiale nazionale, in programma a metà di questo decennio. All’assemblea in corso in Vaticano partecipano 247 vescovi (su 249), di cui 229 ordinari e ausiliari e 18 emeriti (quasi il 20%); tra i partecipanti, ha aggiunto Betori, anche 15 vescovi europei e 12 invitati, tra sacerdoti, religiosi e religiose e laici.