PAKISTAN: IL VESCOVO DI ISLAMABAD, “I CRISTIANI SONO STATI COSTRETTI AD EMIGRARE”

“Il terrorismo non si sconfigge da soli e non si estirpa se non si curano i sintomi e non si va alle le radici”. Mons. Anthony Lobo, vescovo di Islamabad-Rawalpindi e segretario della conferenza episcopale del Pakistan, è intervenuto ieri a Roma alla VI Giornata Lateranense promossa dall’Associazione Internazionale Lateranense, tradizionale occasione d’incontro tra ex studenti, docenti, personale e amici dell’università pontificia e dell’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia. “La causa principale del terrorismo è nell’ingiustizia del sistema economico mondiale”, ha continuato mons.Lobo. “Ogni anno si spendono 8 miliardi di dollari in cosmetici. Solo 6 sarebbero sufficienti per garantire a tutti i bambini del mondo istruzione e cure mediche. Ogni giorno 40 milioni di piccoli muoiono di fame o malattia, mentre la spesa annuale in cibo per animali domestici ammonta a 15 miliardi di dollari. È un problema politico se in dodici mesi il 6% della popolazione mondiale consuma il 60% dell’energia totale e se la spesa per armi e munizioni è di 400 miliardi di dollari l’anno, quando 4 miliardi potrebbero garantire a tutti un’istruzione”. La riflessione di Lobo si è soffermata sulla situazione del Pakistan, dove 2 milioni di cristiani convivono con 140 milioni di musulmani: “La chiesa in Pakistan – ha osservato – non è al centro del potere politico ed economico. In 150 anni di storia le conversioni hanno toccato i poveri, le classi sociali più basse. I missionari hanno costruito scuole e ospedali. Nel ’72 la maggior parte delle scuole sono state nazionalizzate. Ora la situazione è cambiata ma in trent’anni i cattolici sono rimasti ai margini. Abbiamo perso un’intera generazione. I cristiani istruiti sono emigrati all’estero”. E ha ricordato: “Negli ultimi 10 anni il conflitto in Kashmir ha fatto 60 mila vittime, un’altra Palestina. L’unica strada percorribile è quella diplomatica. Un dialogo del cuore e della vita prima ancora che delle azioni”.