Commenta in questi termini Giulia Paola Di Nicola, condirettrice della rivista “Prospettiva persona”, la tragedia della mamma di Valfurva in provincia di Sondrio che ha rinchiuso la propria figlia nel cestello della lavatrice provocandone la morte. A differenza di un’altra recente tragedia, quella di Cogne, “di cui ancora non sappiamo chi ha ucciso Samuele”, quella di Sondrio, secondo la sociologa, è stata “un chiaro caso di follia” che nasce anche “dal peso del quotidiano”. Riflettendo sul modo in cui la mamma ha ucciso la figlia, Di Nicola annota infatti: “Poteva scegliere altri mille modi di farlo, e invece ha scelto la lavatrice, che in un certo senso è il simbolo della casa, dei panni da lavare, della monotonia della routine quotidiana, di un carico familiare che può diventare a volte insostenibile, soprattutto se un soggetto è già fragile, e portare alla perdita della padronanza di sé stessi”. Il caso di Sondrio, per la sociologa, ripropone tra l’altro “una società, come la nostra, che tende ad isolare le famiglie o ad abbandonarle a se stesse”. Un possibile antidoto a tragedie come queste, conclude Di Nicola, è “costruire ‘comunità di famiglie’, più che ville o casette con giardino, in cui si possa chiudere, ma anche aprire la porta di casa. Nessuna famiglia può vivere in un mondo in cui tutti siano estranei: la solitudine e l’isolamento fanno sì che i nuclei familiari siano più esposti al rischio di patologie, mente il poter contare su condomini non anonimi permette di stabilire con le altre persone rapporti di solidarietà e comprensione”.