L’avvio dei lavori della Convenzione sul futuro dell’Europa aveva, del resto, già dato occasione al Consiglio Permanente di ribadire la necessità che “sia riconosciuto il ruolo, passato e presente, del cristianesimo e delle Chiese nella cultura e nella società europea”. “È necessario – si legge, infatti, nel comunicato finale del marzo scorso – che l’Unione europea si definisca sempre più come soggetto e interlocutore internazionale anche a livello politico e diplomatico, per un suo originale apporto allo sviluppo dei popoli e a una convivenza pacifica”. Un ulteriore discernimento veniva richiesto dai vescovi “per determinare le competenze dell’Unione, quelle dei singoli Stati e quelle delle regioni ed enti locali, ispirandosi al principio di sussidiarietà”. Si era annotato anche, “con amarezza”, che tra le categorie ammesse al “forum” virtuale che accompagna i lavori della Convenzione “manca uno specifico riferimento a soggetti religiosi”, segno quest’ultimo della tendenza “a voler confinare l’elemento religioso alla sola sfera del privato”. E al tema dell’Europa si era riferito anche il card. Ruini, nella prolusione allo scorso Consiglio permanente della Cei, sottolineando che un “contributo di grande importanza” a favore della “costruzione di assetti mondiali più stabili, pacifici e collaborativi” può e deve essere dato “dall’ulteriore sviluppo dell’unità europea”, alla cui “anima” l’Italia, “e in particolare i cattolici italiani, possono molto contribuire a dare molto vigore”, anche favorendo nell’Unione l’ingresso dei Paesi dell’Europa centrale e orientale.