NOTA SETTIMANALE

Pubblichiamo il testo integrale della nota Sir di questa settimana – Eccoli tutti insieme, in perfetta letizia a lavare il pavimento, a cancellare in fretta le tracce di un lungo assedio. I Francescani, i Greci e gli Armeni ortodossi, da secoli custodi della Natività, in un complesso e non sempre agevole equilibrio tra le diverse confessioni, hanno visto la fine di un lungo tunnel. Quell’acqua, o più esattamente il petrolio ed i solventi necessari per fare pulizia, sono il segno che la Terrasanta deve voltare pagina. Come procedere per queste strade nuove, che vadano finalmente al di là della spirale di terrore e rappresaglie, di terra e di sangue, dovrebbe dirlo la diplomazia. Con la consapevolezza che il conflitto procede ormai da più di cinquant’anni per vampate, terribili e violente, intervallate da lunghi periodi di calma. I contendenti sembrano talora avere esaurito le forze, poi riprendono vigore e riprende il conflitto. Nei prossimi giorni si vedrà se il lavoro dell’unica grande potenza, gli Stati Uniti e degli altri attori che più o meno efficacemente si sono alternati in queste settimane, dall’Unione Europea, alle Nazioni Unite, alla Russia, potrà addivenire quanto meno a costruire un percorso verso una soluzione che non può non passare, come recitava uno degli slogan della marcia Perugia Assisi, a “due popoli e due stati”. Sappiamo infatti che questo percorso si intreccia, come sempre peraltro in questi decenni di guerre e di Intifade, con altri problemi geo-strategici di un’area cruciale. E con il tema della lotta al terrorismo internazionale, che in questo momento dalle caverne dell’Afghanistan porta gli Stati Uniti a fissare nuovamente l’attenzione sull’ancora aperto dossier iracheno. La strada delle diplomazie è ancora lunga ed incerta e forse passerà anche per Roma. A sottolineare che l’Italia ha un ruolo da giocare di particolare profilo. Ma il lavoro delle diplomazie non basta se non ci sono delle condizioni culturali e morali nell’opinione pubblica mondiale. Per questo dobbiamo essere grati ai francescani ed a tutti gli altri religiosi cristiani della Natività. Hanno dato testimonianza di quanto siano concrete le parole della fede, della speranza, della carità. Hanno dimostrato, senz’armi, stretti tra armati contrapposti, che la spirale dell’odio non è inevitabile. Hanno condiviso tutto con un “prossimo” che si è materializzato all’improvviso. Hanno rischiato la vita con naturale serenità, senza mai accettare anche solo le parole della guerra. Hanno dato un volto, un profilo, un percorso alla pace. Ha ribadito il Papa: “Il messaggio universale di Betlemme è: amore, giustizia, riconciliazione e pace. E’ su queste basi che si può costruire un futuro rispettoso dei diritti dei popoli israeliano e palestinese, nella fiducia reciproca”.