“E’ importante separare questo caso dal più ampio dibattito sull’eutanasia”, dichiara l’arcivescovo di Glasgow (Scozia), Mario Conti, commentando la decisione del giudice dell’Alta Corte di Londra, Elizabeth Butler-Sloss, di consentire a “Miss B”, una donna paralizzata di 43 anni, di morire. La donna è stata colpita un anno fa da una emorragia che l’ha lasciata paralizzata, incapace di respirare e dipendente da un ventilatore per la sua sopravvivenza. Il caso non può quindi essere assimilato a quello di Diane Pretty, la donna colpita da una malattia degenerativa del sistema nervoso che è ricorsa alla Corte europea dei diritti umani perché chiede che suo marito la aiuti a morire. “La Chiesa cattolica – afferma mons. Conti – ha sempre sostenuto che terminare cure mediche che sono troppo pesanti, pericolose o sproporzionate al risultato che cercano di ottenere, può essere legittimo. In tali casi va detto con chiarezza che il paziente non cerca la propria morte ma accetta la realtà della sua condizione”. In questa linea gli fa eco l’arcivescovo di Cardiff, mons. Peter Smith, presidente del dipartimento per la responsabilità cristiana e la cittadinanza della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles: “Il diritto di un paziente a rifiutare un trattamento medico, è stato a lungo riconosciuto come legalmente e moralmente accettabile”, osserva. Quanto è accaduto ad avviso dei due arcivescovi “non deve indurre a legalizzare la pratica dell’eutanasia attiva”.