DELITTO DI COGNE: NOTA SIR

Sulla vicenda di Cogne pubblichiamo una nota di Fabrizio Favre, direttore del settimanale diocesano di Aosta – Sono oltre 40 giorni che seguo il delitto di Cogne. E qualche sera mi è capitato di tornare a casa più tardi del solito. Mia figlia (che ha sette mesi) era già a dormire. Mi sono avvicinato e nella penombra mi sono fermato a guardarla e confesso che una sera sono scoppiato a piangere pensando a Samuele. Ecco, se qualcuno mi chiede di esprimere cosa penso di come mass media, opinione pubblica e Magistratura abbiano affrontato il delitto di Cogne, questa è l’unica cosa che mi sento di dire. Non voglio esprimere giudizi di merito con graduatorie di chi si è comportato meglio o peggio. L’unica cosa importante, quella che veramente conta, è se da giornalisti non abbiamo perso di vista nel nostro narrare l’ umanità nostra e di chi ci sta di fronte. Se ci siamo resi conto che le nostre parole ricadono sulla vita vera dei protagonisti di questa terribile vicenda e pure di chi ci sta leggendo, ascoltando o vedendo, magari se pure noi ce le siamo sentite un po’ addosso, se hanno detto qualcosa alla nostra esistenza, se ci hanno aperto squarci immensi e alimentato inquietudini nel nostro vivere di ogni giorno. Né soap opera, né telenovelas. L’obiettivo principale non deve essere aggiungere un’altra puntata alla sceneggiatura. Sono contrario a regole e paletti perché penso che chi fa questo mestiere con laica coscienza abbia già i necessari strumenti per informare nella maniera migliore. E’ certo che intorno al delitto di Cogne anche gli utenti di giornali, radio e tv devono interrogarsi e chiedersi se la loro angoscia deriva dalla loro umanità infranta (una madre accusata di aver ucciso il proprio figlio in un paese considerato un paradiso in terra) oppure si tratta di una certa curiosità morbosa, un desiderio di sapere ossessivo che non ricade sull’esistenza, ma riempie il vuoto delle nostre chiacchiere quotidiane, ci da modo di poter fingere di comunicare con gli altri. Sulla magistratura devo dire che raramente ho visto una prudenza e un antiprotagonismo senza ipocrisie come da parte della Procura di Aosta. I magistrati Stefania Cugge e Maria Del Savio Bonaudo hanno saputo resistere alle pressioni di giornalisti e politici, senza mai farsi tirare per la toga e senza mai cercare i riflettori, sempre subiti con pacatezza ammirevole. Anche il Gip Filippo Gandini ha saputo mettersi all’ascolto senza però rinunciare al necessario desiderio di verità. Concludo con una frase di mons. Giuseppe Anfossi, vescovo di Aosta, che invita a “sospendere il giudizio, perché il giudizio cerca di rendere chiaro ciò che non può esserlo. Crede di rivelare il mistero, ma in realtà lo interpreta e lo riduce, obbligando a interrogarci sui gradi di libertà, di consapevolezza, di cui soltanto si deve rendere conto al Tribunale di Dio”.