FAMIGLIE IN ITALIA: PENALIZZATE QUELLE DEGLI IMMIGRATI

“La voglia di famiglia è sempre più forte anche se ai legami tradizionali si sostituiscono forme nuove”. Con queste parole Francesco Belletti, direttore del Centro Internazionale Studi Famiglia (Cisf), ha introdotto questa mattina a Roma, in Campidoglio, il seminario di studio su “Famiglie, matrimoni, fedi religiose nella società multietnica”, organizzato dal Cisf con il patrocinio del comune di Roma. “Il contesto sociale chiede maggiore adattabilità alla famiglia”, ha proseguito Belletti, “ma la sfida che ha di fronte è culturale e si gioca sulla capacità di governare il vortice della diversità”. La famiglia “vive di diversità, di genere e di generazioni”: “non ha futuro se non sa accogliere il diverso”. L’impronta assunta dall’immigrazione degli ultimi anni nel nostro paese marca un fenomeno sempre più a carattere familiare. Agli uomini o alle donne soli si sono sostituiti i nuclei. “Questo costringe a confrontarsi anche con altri modi di fare famiglia, spesso alieni, estranei”, ha proseguito Belletti. Ma non si può generalizzare. I dati parlano chiaro. “Le persone straniere sposate presenti in Italia sono 700 mila ma solo un quarto ha i figli con sé. È scandaloso”, ha denunciato Franco Pittau, coordinatore del Dossier Statistico Immigrazione della Caritas. È severo, a questo proposito, il suo giudizio nei riguardi della proposta di legge sull’immigrazione che ha fatto discutere nei giorni scorsi. “In Italia si fanno leggi sconnesse dalla realtà. Questa proposta è il frutto di un pregiudizio politico: canali di ingresso ristretti, sponsorizzazioni soppresse, chiamata nominativa più difficile, soggiorno più precario”. A questo si aggiunge un pregiudizio culturale, giuridico e anche religioso. “Chi l’ha detto che le norme giuridiche non possono cambiare? Dobbiamo far crescere una cultura dell’ospite gradito. Neanche la fede in Dio ci autorizza ad essere duri, spietati o ingiusti. Il tempio più importante è la coscienza, non la chiesa, la sinagoga o la moschea”, conclude Pittau. (segue)