Pubblichiamo il commento Sir alla prolusione del card. Camillo Ruini al Consiglio Permanente della Cei – Certo ci sono le emergenze, nel consueto discorso del cardinal Ruini al Consiglio permanente della CEI. C’è il catalogo dei temi di un dibattito politico ed istituzionale aggrovigliato, dalla legge sull’emigrazione agli insegnati di religione, dall’articolo 18, alla riforma della scuola. C’è una forte attenzione alla costituzione europea e un preciso riferimento al rilievo del grande incontro di Assisi, c’è un articolato discorso sulla parrocchia e sull’identità del prete, c’è l’attenzione alla vita della Chiesa nella vita della società e delle istituzioni. Ma si coglie anche un registro più profondo, un articolato profilo di dialogo con quella che sembra oggi una istanza non espressa, ma serpeggiante nel paese a molteplici livelli. E’ un sentimento, o più esattamente una sensazione, piuttosto che una articolata posizione culturale, politica, ideale. Il sentimento diffuso è la consapevolezza che ormai si deve giocare in campo aperto, il campo dell’Europa, della globalizzazione, del mondo unipolare della guerra e dell’operazione “libertà duratura”. Ma che per essere attori e non posta o semplici spettatori di questo gioco, occorre avere strumenti adeguati. Occorre avere risorse da spendere, da rischiare, da investire, e contestualmente potere contare su una rete di protezione adeguata. Peraltro è sempre stato così per l’Italia e gli italiani in tutti i momenti di grande cambiamento sociale. Certo tutto sembra arruffato, le idee sono ben lungi dall’apparire chiare e distinte, ben gerarchizzate. Sono i temi dell’intervento di Benigni a Sanremo, seguito, se le cifre dell’Auditel hanno qualche fondamento, da più di un terzo degli italiani. Se guardiamo al dibattito politico l’impressione è di un conflitto circolare su un terreno magmatico, su elementi “che peraltro cambiano assai rapidamente”. Ritorniamo allora a questo sentimento diffuso e non espresso, questa sensazione collettiva. Qui si gioca anche la partita per la Chiesa e più ampiamente per i cattolici italiani, che implica una articolata capacità di presenza, di interlocuzione: dare voce, cioè esprimere il sentimento profondo della gente, di tutta la gente che “non può non dirsi cristiana”, in un modo che ancora oggi distingue l’Italia tra i partners, dare argomenti, fornire elementi per articolare un discorso al di là dei sentimenti, delle percezioni, delle attese e infine dare sostanza, sostanza spirituale e di testimonianza di fede vissuta.