“Rischiare in prima persona”, partendo dalla consapevolezza che “la creatività è l’unica alternativa alla burocrazia”: è questo, per Onorato Grassi, docente di filosofia alla Lumsa di Roma, “uno dei compiti essenziali” per i cattolici nel campo della comunicazione, in cui “c’è bisogno di genialità, che non vuol dire estroversione, ma capacità di rappresentare i problemi e le speranze di un popolo”. Intervenendo al Convegno “Parabole mediatiche”, in corso a Roma per iniziativa della Cei, il relatore ha sottolineato che “il primo passo da fare, per i cattolici che vogliono entrare nell’areopago della comunicazione, è quello di chiedersi chi sono e che cosa hanno da dire alla società”. Una “domanda su di sé”, questa, che comporta l’impegno “a non camuffare la propria identità, o a rimpiazzarla con tecniche invece di contenuti, ma ad uscire dalla finzione per essere pienamente se stessi”. “Fare cultura” in termini comunicativi, per chi crede, significa inoltre per Grassi “educare noi e gli altri al giudizio: la cultura è anzitutto coscienza critica della realtà, cioè capacità di giudizio che va dall’attimo quasi segreto della coscienza individuale, in cui ciascuno stabilisce ciò che è vero e ciò che è falso, alle più complesse teorie e sistemi di pensiero”. “Quello che cambia la cultura sono le idee, e i giudizi che rendono più vera la vita”, ha aggiunto il relatore, invitando i cattolici “a denunciare dove la vita viene manipolata” ed a portare avanti “una lotta dura, forte e tenace contro i pregiudizi, che determinano la vita sociale e culturale”. Altro requisito essenziale per fare cultura e comunicazione da cattolici, secondo Grassi, è “la passione per la verità, non per accreditare un’opinione, come si fa generalmente nel ‘gioco’ della comunicazione, ma per saper riconoscere la verità, da qualunque parte venga”: è questa, per il relatore, la “dimensione ecumenica” della cultura, che i cattolici devono affiancare alla capacità di “rendere ragione della propria fede”. “Non si può dire di credere senza saper comunicare perché si crede”, ha concluso il filosofo, che ha sollecitato i cattolici a “dire le pochi grandi cose della fede all’uomo di oggi”.