Pubblichiamo una nota di don Angelo Sceppacerca, sacerdote molisano e collaboratore Sir sulla tragedia del terremoto a San Giuliano di Puglia e nell’intera regione – Ora tutti sanno dov’è il Molise. Spesso confusa con l’Abruzzo o con la Puglia, il più delle volte semplicemente ignorata, anche quando si tratta di previsioni meteorologiche (i venti e la neve la conoscono bene), ora è negli occhi di tutti: il terremoto ha fatto notizia. Anzi, non il terremoto, ma “quella” scuola, quei bambini, quelle bare bianche. Perché l’epicentro del sisma è lì.
Le prime immagini riprese da una troupe registravano, nel polverone dei crolli, le urla di donne anziane che si battevano il petto. Nei loro lunghi vestiti scuri, di panno pesante, segno di un lutto cucito addosso da tanti anni, c’è il volto di questa gente; nelle loro parole, che conservano tutto l’accento dialettale, e nel loro atteggiamento, schivo, umile, in ogni caso rispettoso e riconoscente verso tutti quelli che li hanno immediatamente raggiunti per aiutarli e per raccontarli, ci sono i segni di decenni d’emigrazione, di ristrettezze e sacrifici, di forti legami familiari. Ci sono anche, però, i segni di una fede semplice e concreta come le zolle di questa terra. Una fede che non risparmia le lacrime, ma che non cede alla disperazione, perché sa dove volgere lo sguardo e che dopo la morte c’è la vita. Se la morte di un bambino crea l’abisso nel cuore della madre e del padre, a san Giuliano abisso si aggiunge ad abisso. Non basterebbe tutta la tenerezza del mondo a riempirli, se non ci fosse la fede, antica come questi monti e questa gente. Qui la fede è arrivata con i primi discepoli, addirittura con gli apostoli. Termoli, la sede della diocesi dei paesi più colpiti dal terremoto, conserva le spoglie di Tito e Timoteo, i discepoli di san Paolo.
Quella classe di prima elementare, annientata dal terremoto… dell’anno 1996 non ci sarà più nessuno a San Giuliano. Erano in nove, tutti morti. In un paesino di poco più di mille abitanti è una ferita grave, non rimarginabile, perché viene a mancare un’intera generazione. E chissà che la scomparsa di quei 26 bimbi non porterà a chiudere quella Scuola; già perché oggi le piccole scuole non possono sopravvivere, neppure nei paesini di montagna.
Quante critiche, negli ultimi tempi, si sono abbattute sulla scuola, sulle insegnanti. Invece, in questa occasione l’ha riconosciuto anche il ministro Moratti tutti le hanno chiamate “maestre coraggiose”. In realtà il terremoto, in quella scuola, come in tante altre, ha colto il fotogramma di una realtà quotidiana e ordinaria, dove le maestre non sono in fondo ancora molto diverse dalle figure tratteggiate da De Amicis e che si pensava ormai del tutto scomparse. Ascoltando le testimonianze delle maestre sopravvissute al crollo, si vede la preparazione, la cura, l’autorevolezza materna e la generosità di donne-insegnanti che sono decisive nella formazione e nell’educazione delle giovani generazioni.
Da giovane parroco, feci presto l’esperienza del funerale di un bambino. Il vecchio sacrista m’istruì sui riti antichi di una liturgia adattata, più che ai costumi e alle tradizioni, al sentire vero dei cristiani: “Da noi, quando muore un bambino, le campane suonano a Gloria!”. Questa è la fede cristiana, la fede della mia gente. L’hanno sentita così anche i cronisti che, subito, hanno ribattezzato le piccole vittime come “gli angeli di san Giuliano”. E Dio? Dov’era Dio mentre la terra tremava? Questa domanda non suona bestemmia ai suoi orecchi. E’ lo stesso grido di Giobbe, l’innocente perseguitato. Ancor più, è il grido del Figlio di Dio, sulla croce, vittima innocente. Se Dio è in croce, allora Dio era lì, vicino a quei bambini, confuso e identificato con loro. Parole troppo grosse? Improbabili, irrispettose del dolore innocente? Non credo. Sotto il tendone improvvisato per i funerali, in prima fila abbiamo visto tutti le mamme e i papà di quei bambini. Inchiodati dal dolore, sfiniti dalle lacrime. Ma ho anche colto, sulle labbra di un giovane papà, le stesse parole del canto: “Benedici il Signore, anima mia”.
Dinanzi a questa fede, a questo dolore che ha raggiunto ogni famiglia, ogni paese, risuonano forti le parole del Vescovo Tommaso che, al termine dell’omelia, ha rivolto questo appello: “Aiutateci nella vigilanza, aiutateci nella prevenzione. Aiutateci, soprattutto, a non andare di nuovo via da questa terra. Aiutateci a restare, a ricostruire, a tornare ai legami con la terra e con i nostri figli”.