Pubblichiamo il testo della nota Sir di questa settimana – Non è solo uno strumento efficacissimo, ma da sempre la preghiera è la risorsa dei semplici, in particolare la preghiera del Rosario. E’ evidente e naturale che il Papa proprio alla preghiera del Rosario affidi “la grande causa della pace”. In particolare proprio in questo frangente, di fronte ad una guerra da tempo in atto in Terra Santa e a venti di guerra sempre più vicini (e per taluni ineluttabili) in Iraq. “Siamo davanti a una situazione internazionale gravida di tensioni, a tratti incandescente. In alcuni punti del mondo dove lo scontro è più forte penso in particolare alla martoriata terra di Cristo si tocca con mano che a poco valgono i tentativi della politica, pur sempre necessari, se gli animi restano esacerbati e non si è capaci di un nuovo sguardo del cuore per riprendere con speranza i fili del dialogo”. Immagine paradigmatica di questo momento storico sembra insomma essere ancora una volta il conflitto in Terra Santa, ove l’assoluta e radicale sproporzione della capacità militare delle due parti non riesce a risolvere la seconda intifada, come dimostra la progressiva distruzione, sempre fino ad ora forzatamente interrotta, della sede del presidente dell’autorità palestinese. Da un lato il “partito della guerra” è sempre più forte da una parte e dall’altra, secondo una spirale che si interrompe ma non sembra arrestarsi. Dall’altro il partito della guerra, trasversalmente sempre più forte dall’una o dall’altra parte, non può affermarsi che con costi politicamente non sopportabili, come sarebbe ad esempio un trasferimento di massa della popolazione palestinese. La vera realpolitik infatti, non è semplicemente guardare con freddezza all’inevitabilità di un conflitto, disposti anche a percorrerne la strada ed a sostenerne i costi, ma nel disporre di una ipotesi di soluzione e di sistemazione politica. Se insomma, come sosteneva il maestro di tutti i realisti, la guerra è la prosecuzione della politica, la guerra non è la situazione permanente, dunque richiama necessariamente l’intervento della politica. Vincere le guerre, come dimostra il ventesimo secolo è possibile solo se si costruiscono non armistizi, ma istituzioni nuove, capaci di produrre condizioni di pace, come sono riusciti a fare gli Stati Uniti e i paesi della Comunità. Cosa può significare in concreto questo per la regione che va dal Mediterraneo al Golfo Persico, attraverso la Terra Santa e l’Iraq? Porre le buone domande è la condizione necessaria per poter dare delle risposte convincenti. Per questo forse il dibattito attualmente in atto sembra tanto sterile e non solo non approda ormai da diversi anni a punti fermi, ma al contrario semina inquietudine. E’ dunque l’ora del realismo. Ma del realismo a tutto tondo, come ci insegna proprio il Papa.