NOTA SETTIMANALE

Pubblichiamo il testo integrale della nota Sir di questa settimana – Qualche anno fa Samuel Huntington, assai noto per la sua famosa tesi sullo "scontro di civiltà", scrisse un articolo meno conosciuto, ma su un tema assai attuale, dal titolo: "la superpotenza solitaria". E forse può essere questa una chiave sintetica per cercare di cogliere alcuni elementi che caratterizzano lo sviluppo della situazione internazionale in questi mesi, a partire evidentemente dal lungo dopoguerra iracheno.
Vinta la guerra, dicevano tutti, bisognava vincere la pace. Facile slogan, forse, ma la scommessa (e la promessa) era proprio di innescare un processo di sviluppo della democrazia in tutta la regione, fino, evidentemente, alla Terrasanta. Anzi, nelle scorse settimane era sembrato che i due obiettivi, la normalizzazione dl dopo-guerra in Iraq e l’avvio della "road map", verso la normalizzazione in Terrasanta, fossero a portata di mano. La ripresa del terrorismo ha ancora una volta allontanato le speranze. Ed ha rafforzato questa immagine della "solitudine della superpotenza": il muro che il governo israeliano sta costruendo per separare e ritagliare i territori palestinesi ne è una immagine emblematica ed assai persuasiva. La solitudine è una condizione scomoda e gravida di pericoli, anche perché non sembra essere assimilabile all’"isolazionismo", che da sempre rappresenta una delle tendenze della politica estera degli Stati Uniti. Non è un indirizzo strategico, ma una condizione. La solitudine della superpotenza è pericolosa per gli Stati Uniti, che si sentono sotto attacco e sotto pressione, che avvertono una ostilità diffusa, proprio mentre sono pesantemente proiettati in un quadrante, quello del medio oriente dall’Iraq all’Afghanistan passando per le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, ove mai erano stati presenti. Ma questa solitudine è anche un problema per il mondo, che si trova disorientato, anche perché la solitudine dell’America non corrisponde al rafforzamento di nessun altro attore, men che meno dell’Unione Europea. Anzi: gli Stati Uniti più percepiscono una propria solitudine, vera o presunta, tanto più tendono a dividere, ad esempio proprio l’Europa, alla ricerca di partner "affidabili". C’è una parola americana, tante volte utilizzata, partnership, che rappresenta la possibilità di sfuggire a questo corto-circuito. Come innescare nuovamente un circuito virtuoso di partnership innanzi tutto tra Europa e Stati Uniti, che riconosca l’evidente asimmetria di potenza, ma la finalizzi ad una positiva cooperazione, rilanciandola nel quadro Onu? Qui entra in gioco la politica e la statura della leadership politica. Si comincia ad entrare nella lunga rincorsa verso le elezioni presidenziali del prossimo anno e la popolarità di Bush jr. è in diminuzione.