” “”Un ricco repertorio tematico” ma “anche e soprattutto una prospettiva ‘alta’ e una forte tensione spirituale verso l’inesprimibile” è quanto “la fede cristiana offre all’arte letteraria”. Ad affermarlo, François Livi, docente di letteratura italiana alla Sorbona di Parigi, intervenuto stamani a Roma al convegno su “Poetica e cristianesimo” che si chiude oggi alla Pontificia Università della Santa Croce. E se “il proprio della letteratura è il dramma del bene e del male, sono il conflitto, il dubbio, il procedere a tentoni” a “far ‘funzionare’ le storie” ha osservato il critico e direttore di “Studi cattolici”, Cesare Cavalleri, ma occorre “avere presente che la bellezza è difficile. L’arte richiede l’opera del genio, e i geni non sono così frequenti”. Da Dante a Montale, passando, tra gli altri, attraverso Verlaine, Rilke, Eliot e Ungaretti: un percorso cui si aggiunge, ha annotato Cavalleri, anche “un poeta diventato papa”: Giovanni Paolo II, “sorprendente e poeticamente efficace” nel trarre “dalla visione il senso delle cose”. Secondo Juan Garcìa-Noblejas, docente di sceneggiatura nella Facoltà di comunicazione sociale dell’ateneo, “i nostri sogni sono fatti della nostra identità. E noi vogliamo e abbiamo bisogno di sapere chi siamo. Con storie che vanno alla radice delle nostre vite, capaci di dare un senso ai fili sciolti che le compongono, alle ingiustizie e al male”. “Non c’è niente di sentimentale nella fede cristiana ha aggiunto Paul Dumol, della University of Asia and Pacific di Manila -: i cristiani hanno una vera comprensione del male. Nello stesso tempo l’uomo ha una dimensione misteriosa che non può essere totalmente chiarita e che continuerà ad essere oggetto di esplorazione da parte della letteratura”. “Noi cristiani – sono ancora parole di Garcìa-Noblejas – siamo gente ordinaria, immersa nella storia. Come l’artista non scrive con inchiostro ma, per così dire, con il suo stesso sangue, così l’artista cristiano, se autentico, può davvero comunicare la fede attraverso le sue opere”. Un’operazione che, ha ammonito William Park del Sarah Lawrence College di New York, richiede “non di fare il cristiano, ma di esserlo”, ed esige inoltre, secondo Rafael Jiménez Cataldo, dell’Università della Santa Croce, “il recupero della capacità di cogliere la natura delle cose”.