SENTENZE DI NOVI LIGURE E LENO: SIGALINI (AC), ” LA SOCIETÀ NON ABBANDONI A SE STESSO IL CAMMINO DI RICUPERO”

” “Il 9 aprile, quasi contemporaneamente, la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai difensori di Erika e Omar, condannati per il delitto di Novi Ligure, confermando le condanne rispettivamente a 16 e 14 anni di reclusione per l’omicidio della madre e del fratello di lei. Mentre il Tribunale dei minori di Brescia ha deciso di infliggere in primo grado vent’anni a Nicola, 16 anni a Nico e 10 a Mattia, imputati dell’omicidio di Desirée Piovanelli, la ragazza di Leno (Brescia), uccisa nei primi giorni dello scorso ottobre. A commento di queste sentenze, pubblichiamo una nota di Domenico Sigalini, vice-assistente nazionale di Azione cattolica – Contemporaneamente, quasi fosse giunto il momento per togliersi un peso dalla coscienza, ma anche per dare ai fatti un giudizio sufficientemente attendibile, sono state emesse alcune sentenze, pur provvisorie, su due fatti terribili che hanno scosso le nostre coscienze, il delitto consumato tra le pareti domestiche di Novi e quello non meno shoccante di Leno; delitti, che sono stati purtroppo esageratamente ampliati dall’informazione e sui quali forse qualcuno potrebbe invocare di mettere una pietra definitiva. A noi restano negli occhi e nel cuore gli uccisi, per i quali abbiamo ancora oggi sentimenti di umana pietà e da cristiani la preghiera per una certezza di vita nella pace di Dio, e i parenti e amici, che osiamo pensare rafforzati da questi lunghi giorni di lutto nella loro voglia di vivere, di riprendere e di guardare al futuro con speranza. Ma dopo le sentenze è giusto che si pensi a questi giovani che hanno davanti parecchi anni di carcere. Dire, come è troppo facile, che giustizia è fatta, non dà a questi ragazzi la forza di capire il male compiuto e soprattutto motivi per ricostruirsi una nuova vita. E’ una vita segnata dal male, ma non per questo dalla disperazione o dall’annientamento. Hanno da ritrovare in se stessi la gioia del perdono di Dio, gratuito e impegnativo, e di quello degli uomini da guadagnare nei sentimenti, nei gesti, in relazioni personali a tu per tu con chi è rimasto ferito irreparabilmente e che deve essere aiutato a vivere. In questo compito non possono essere lasciati soli. Il carcere non è il massimo luogo per aiutare a redimersi, soprattutto se si affida ai muri, ai cancelli, alle celle questo delicato compito. Il carcere è fatto di persone che compiono il loro dovere con coscienza, ma occorre pur sempre che la società civile sostenga e non abbandoni a se stesso il cammino di ricupero. Torneremo sicuramente ancora a parlare meravigliati a ogni sconto successivo di pena. Potrà fare fastidio a qualcuno se la pena non sarà sufficientemente dura, ma tutti ci possiamo impegnare perché esperienze tragiche come queste non diventino oggetto di battaglie ideologiche o sfruttate per fare notizia, ma purificazione per la nostra stessa società. Famiglie nuove, amicizie adolescenziali belle, adulti responsabili nascono solo in comunità cristiane e civili vere.