La legge sulla fecondazione assistita così come è stata approvata al Senato “è coerente con le autorevoli indicazioni del Comitato nazionale per la Bioetica, che pur recependo pareri diversi, ha definito l’embrione ‘uno di noi'”. Così facendo lo Stato si è posto “dalla parte del più debole, come è l’essere umano nella fase iniziale del suo sviluppo”. Lo afferma Marco Doldi, teologo moralista, commentando oggi per il Sir i 18 articoli della legge sulla fecondazione assistita approvati dal Senato. Doldi ricorda le indicazioni del Comitato nazionale per la bioetica che invitava il legislatore a “riconoscere il dovere morale di trattare l’embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani”. “Coerentemente commenta Doldi la legge ha recepito questa autorevole indicazione, concretizzandola in diversi paragrafi”. Si spiega così il rifiuto della fecondazione eterologa (“darebbe al nascituro un padre biologico, diverso dal genitore, che desidera il figlio”) e l’impossibilità di “produrre un numero maggiore di embrioni, rispetto a quelli necessari per l’impianto” (“quale sorte toccherebbe a quelli in eccesso?”). “Il bene dell’embrione aggiunge Doldi – comporta che si vieti la crioconservazione, la sperimentazione, l’alterazione del patrimonio genetico, la clonazione, il prelievo di cellule staminali. E il bene del concepito richiede una famiglia responsabile: no a genitori in età da nonni, no a persone sole, no a coppie gay”. Insomma, conclude Doldi, “non si può più, come all’epoca del referendum sull’aborto, conferire importanza primaria a chi è già adulto e, pertanto, negare l’esistenza a chi non è ancora nato”.