” “"Segno di una formazione cristiana non approfondita, e frutto di una presentazione assai parziale delle parole del Papa". Il card. Camillo Ruini, aprendo oggi a Roma il Consiglio episcopale permanente (in corso fino al 23 gennaio), ha definito così l’"eco vasta e profonda sui mezzi di comunicazione e nel sentire della gente", suscitata dalle parole del Papa, pronuniate l’11 dicembre a commento del Cantico di Geremia: "C’è… una tragedia maggiore, quella del silenzio di Dio, che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall’agire dell’umanità". Per Ruini, "proprio il pensiero del silenzio di Dio, provocato dalla somma dei nostri peccati, ha suscitato l’impressione più forte, più genuina e più diffusa. In quella reazione c’è veramente qualcosa di genuino, che come Pastori dobbiamo cogliere e aiutare a fruttificare". Da qui l’invito del cardinale a "lasciar interpellare la pastorale delle nostre comunità da quanto di autentico può emergere da una tale reazione, in rapporto sia ai propri contenuti che ai propri linguaggi e metodi". Allo stesso tempo, "occorre essere attenti, nei nostri modi di proporre la verità cristiana, a cogliere in prima istanza ciò che si agita nell’animo dei nostri interlocutori, incertezze, perplessità e domande. E’ quindi opportuno non presentare le risposte della fede in modo affrettato, scontato ed astratto, ma al contrario agganciarle e rapportarle il più strettamente possibile a quelle domande". A tal proposito, ha concluso Ruini, "è importante che la riflessione dei teologi, l’impegno dei catechisti e tutte le molteplici vie e forme di proposta e comunicazione della fede mettano in luce senza incertezze l’aggancio della fede alla realtà, ed è nostro indeclinabile compito e dovere di Pastori vigilare e operare perché ciò avvenga in concreto. Quando, nell’insegnamento teologico, nei libri pubblicati da editrici cattoliche, nella divulgazione giornalistica o nella catechesi, ci si muove in senso contrario, come talvolta purtroppo accade, si arreca, contro le proprie intenzioni, ma non per questo meno certamente, un grave danno alla fede".