Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana – Ancora una volta il Papa centra il problema delle Terrasanta: “non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”.Certo, ci sono concretissimi interessi politico-militari all’origine della coda di attentati, rappresaglie, provocazioni, violenze, che hanno messo in pericolo l’appena iniziato cammino della “road map” verso la creazione di uno Stato palestinese. Ma c’è anche un sostanziale problema etico, culturale, ideale. Ben sa Giovanni Paolo II quanto la comunità cristiana in Terrasanta sia oggi indebolita proprio da questa spirale di violenze.
Ma sa altrettanto bene quanto preziosa possa essere per promuovere una vera e proprio conversione di mentalità (dunque di capacità di iniziativa e decisione politica) la testimonianza e l’impegno dei cristiani, ma più ampiamente di tutti gli uomini di buona volontà. La soluzione di un conflitto così aspro e così lungo, che ormai ha preso generazioni e generazioni, prima di tutto richiede un disarmo delle coscienze: “esorto la comunità internazionale a non stancarsi di aiutare israeliani e palestinesi a ritrovare il senso dell’uomo e della fraternità per tessere assieme il loro futuro”. Da questo punto di vista stanno emergendo nuove condizioni.
In realtà è sempre più evidente che il conflitto in Iraq – con la difficile stabilizzazione del Paese – ha proiettato gli Stati Uniti nell’inedito ruolo di potenza presente in Medio Oriente. Questa situazione di “territorializzazione” sembra spingere in due direzioni. Da un lato dà una maggiore spinta verso il processo di pace, dall’altro evidenzia la consapevolezza che questo deve coinvolgere molti soggetti. Diventa sempre più evidente infatti il complicato nesso che tiene vincolate le diverse situazioni nella regione e di conseguenza la necessità di accompagnare l’iniziativa dell’unica superpotenza (a forte caratura militare) con una rete di consenso politico, che rilancia tra l’altro anche il ruolo dell’Unione Europea.
Ma c’è anche un’altra realtà per cui il Papa ha richiesto un coraggioso impegno della comunità internazionale: sono i rifugiati, alla vigilia della giornata mondiale, prevista per il 20 giugno. Anche qui ci sono due considerazioni da fare: la prima è che non è con gli schiamazzi, come fanno alcuni politici nostrani in perdita di consenso elettorale, che si risolvono i problemi. La seconda riguarda proprio la “comunità internazionale”. Certo non si possono nutrire soverchie speranze a breve, finché non saranno immediatamente in gioco gli interessi di una grande potenza. Ma c’è un gigantesco problema Africa che da troppo tempo colpevolmente si finge di ignorare e per cui occorre fare subito qualcosa di incisivo.