Pubblichiamo il testo integrale della nota Sir di questa settimana – Si infittiscono le discussioni e le polemiche sul dopo-guerra iracheno, tra dossier, spie e stillicidio di caduti americani. In realtà riemerge, dopo cento giorni dall’abbattimento del regime di Saddam Hussein, quello che fin dall’inizio era apparso il vero problema della guerra (e della coalizione del “volonterosi” che gli Stati Uniti avevano non senza difficoltà organizzato), quello cioè della capacità di “egemonia”, o quantomeno della capacità di suscitare “consenso”, questioni cioè che vanno al di là del dato puramente militare, ma investono la sfera morale ed ideale.
Proprio su queste basi si è fondata per decenni la leadership atlantica degli Stati Uniti e questo dato sembrava avere dimenticato l’aggressiva strategia alla base dei dotti documenti che avevano teorizzato una nuova era neo-conservatrice, un nuovo “unilateralismo” dell’unica superpotenza.
Un regime sanguinario è stato abbattuto con grande facilità militare, ma mancava un piano coerente per la ricostruzione e lo sviluppo. Così queste concezioni, che hanno corso il rischio di irrigidirsi in veri e propri assiomi geo-strategici, hanno denunciato i propri limiti nella gestione della ricostruzione irachena, con una escalation di vittime e di costi, lungi dal giustificare nuove campagne, che pure erano state ipotizzate, contro altri “stati canaglia”, ricorda l’Intifada e rischia di riprodurre la situazione afghana. Proprio per questo ora, senza enfasi, ma con sano realismo, è il momento di riprendere le fila di un discorso di sviluppo che disegni forme ed obiettivi innanzi tutto di una nuova e più efficace cooperazione tra Stati Uniti ed Europa. Questa nuova cooperazione, senza rinfocolare querelles nominalistiche su unilateralismo o multilateralismo, buone solo per inutili ideologismi, e dunque capace di valorizzare la leadership americana nel senso dello sviluppo della democrazia, richiama a sua volta un quadro aperto alle Nazioni Unite, intese come l’istituzione che permetta ad altre potenze, come Russia, Cina, ma anche a stati emergenti, come ad esempio India, Brasile, di essere considerati interlocutori comunque necessari di un sistema mondiale.
Questo processo di ripensamento, che sta ad esempio accompagnando il difficile passaggio politico di Tony Blair, mette in evidenza anche il ruolo dell’Italia. Riuscirà il nostro Paese a utilizzare al meglio la presidenza europea sui tre connessi fronti di questa partita, cioè le relazioni euro-atlantiche, il peace-keeping dall’Iraq all’Afghanistan (senza dimenticare Bosnia e Kosovo) e finalmente il processo di pace in Terrasanta? La partita è delicata e complessa, ma merita di essere giocata da tutti con convinzione.