” “”La crisi idrica di questi giorni solleva problemi di coscienza etica nel modo di far uso dell’acqua e di gestirne le risorse. Indubbiamente il problema è sociale e politico e perciò strutturale, organizzativo, gestionale, legale. Ma non basta a risolverlo senza un’etica che ponga il problema in termini di responsabilità e di solidarietà”. Lo sostiene mons. Mauro Cozzoli, docente di teologia morale alla Pontificia Università Lateranense, in una nota che verrà pubblicata sul prossimo numero del Sir. Secondo il teologo, il problema si pone “anzitutto in termini di responsabilità, perché l’acqua non è un bene meramente fisico ed eticamente indifferente. È anche un bene morale che interpella e vincola le coscienze, avanzando esigenze di rispetto, di sobrietà e di giustizia. Questo vuol dire che ogni negligenza e spreco, ogni abuso e inquinamento è una colpa morale, è un’ingiustizia, è un peccato, di cui si è responsabili”. In termini di solidarietà, spiega Cozzoli, “perché l’acqua non è proprietà individuale e privata, o unicamente tale. Essa è posta sotto il principio primo della destinazione universale dei beni primari e vitali. Certamente occorre accoglierla e prenderne possesso, ma per un uso solidale e condiviso”. La rilevanza etica del problema, conclude il teologo, “interpella le coscienze personali. Nessuno può sottrarsi alle responsabilità dei propri abusi. L’acqua, poi, è un bene comune. Per questo, il recupero di eticità interpella in modo speciale coloro che ne sono responsabili come amministratori o come politici”.