” “Non sono né mafiosi né criminali, tantomeno “pentiti”. Hanno assistito, per caso o perché ne sono stati loro stessi vittime, ad un reato o delitto di mafia e ne hanno coraggiosamente denunciato i colpevoli. Sono i “testimoni di giustizia”, circa 70 in tutta Italia: cittadini comuni che, per aver testimoniato in processi contro la criminalità organizzata (contribuendo anche a sgominare importanti clan), hanno visto “cambiare” improvvisamente le proprie vite: nomi di copertura, nuove identità, trasferimenti da una città all’altra, nuova casa e nuovo lavoro, un assegno di circa mille euro al mese per ogni nucleo familiare. “Una situazione drammatica”, commenta, su Sir di oggi, mons. Gastone Simoni, vescovo di Prato, da anni “a fianco” di alcuni di loro: “Spesso i testimoni di giustizia si sentono abbandonati a se stessi, misconosciuti nella loro dignità. Famiglie di imprenditori o di professionisti che scappano via con i propri bambini, costretti a girare per l’Italia per poi fermarsi in un domicilio coatto, costantemente sotto scorta. Non possono comunicare né lavorare, devono vivere con un assegno statale, vanno incontro a malintesi e abusi, vengono scambiati per pentiti: il risultato sono famiglie divise, vite ‘spezzate'”. “Uno Stato che non tuteli la legalità costituirebbe un ‘abbassamento della guardia’ preoccupante”, commenta don Paolo Tarchi, direttore dell’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro, ricordando (nota pastorale 1991)l’impegno della Chiesa a favore dell'”educazione alla legalità”. L’esempio dei testimoni di giustizia, per il direttore della Cei è eloquente e controcorrente, in quanto contribuisce a contrastare “l’omertà, che non è affatto un’attitudine cristiana”.
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