” “Anche se non in modo sconvolgente come i media documentano per alcuni Paesi dittatoriali, “la tortura non è lontana; è praticata in commissariati, caserme e carceri dei democratici Stati europei”. Ad esempio “nell’audizione a cui ci ha chiamato un anno fa la Commissione per i Diritti Umani del Senato abbiamo ricordato quanto accaduto a Genova nel 2001, nella caserma di Bolzaneto”. Ad affermarlo, perché a stretto contatto con questa realtà, è l’associazione umanitaria “Medici contro la tortura”, con sede a Roma, che lavora da oltre 10 anni per offrire assistenza e cura alle vittime di tortura provenienti da qualsiasi Paese del mondo. Ogni anno una équipe di medici, psicologi, odontoiatri, fisioterapisti assiste tra le 150 e 200 persone rifugiate in Italia, lavorando in rete con centri di accoglienza e associazioni di volontariato. “Oggi la sospensione dei diritti umani in tante aree e situazioni politiche – afferma Ettore Zerbino, psicanalista di ‘Medici contro la tortura’, in una intervista che verrà pubblicata sul prossimo Sir bisettimanale – è divenuta preoccupante. E non è giusto che temi urgenti, come quello della lotta al terrorismo, facciano dimenticare principi che non possono mai essere trasgrediti, come quello del diritto inviolabile all’integrità fisica e psichica”. Ma soprattutto, fa notare Zerbino, “in Italia l’accoglienza dei rifugiati è estremamente carente. Siamo il Paese d’Europa che non ha saputo darsi né una legge penale contro la tortura, né una legge sul diritto di asilo che applichi il principio fondamentale della Costituzione (art. 10, c. 3). Siamo in un Paese in cui la persona in esilio è lasciata nell’indigenza, ridotta spesso come un senza-dimora e impedita di lavorare per tutti i mesi (dodici in media) nei quali attende un aleatorio riconoscimento”. Fra i 197 casi trattati nel 2002, i più numerosi erano oppositori del regime del Sudan, ma anche curdi perseguitati dalla Turchia e dall’Iraq, vittime del regime di violenza militare in Congo e in alcuni altri Paesi dell’area africana subsahariana e del Maghreb, soprattutto della Tunisia. I medici, nel loro operare, hanno accertato l’esistenza di forme di “tortura globalizzata” con “centri unici di addestramento a carattere internazionale”.