” “Una lettera indirizzata ai direttori dei principali quotidiani nazionali, “per precisare alcuni aspetti” della recente sentenza della Corte di Cassazione, che ha respinto il ricorso dell’insegnante di religione alla quale fu revocata l’idoneità all’insegnamento, “perché nubile in stato di gravidanza”. A scriverla, “dopo le infuriate polemiche di questi giorni per cui la Chiesa fiorentina è stata accusata di crudeltà e di incoerenza”, è don Dante Carolla, direttore dell’Ufficio scuola della diocesi di Firenze. “Tutta la stampa nazionale – precisa Carolla – ha parlato di ragazza-madre. In realtà le cose non stanno così. Per rispetto alle persone non vogliamo entrare in ulteriori dettagli, ma le informazioni non sono esatte. Anche la nostra diocesi in passato ebbe il caso di un’insegnante di religione, ragazza-madre e si cercò di aiutarla, tanto che lei poi si è regolarmente sposata e ha continuato a insegnare religione per molti anni. Sembra, comunque, veramente singolare questa difesa a senso unico di un diritto ignorando e conculcando tutti gli altri diritti, quelli degli alunni, delle famiglie, della scuola”. È stato detto che “la Chiesa – continua il direttore dell’Ufficio diocesano – non è coerente perché afferma la sacralità della vita e poi toglie il lavoro a una donna in stato di necessità. In questo contesto il ragionamento è veramente specioso. Nessuno mette in dubbio la sacralità della vita, il valore infinito di un bambino che viene al mondo, il problema sta evidentemente nel tipo di relazione di cui quel bambino è frutto ed è chiaro che non ogni relazione risponde a criteri di moralità. Il diritto alla tutela della maternità, sacrosanto, non può essere invocato a spese di un altro diritto quale quello a un insegnamento coerente, in questo caso, della religione cattolica. Il bisogno di lavorare non può essere certo il primo, né tanto meno l’unico criterio con cui affidare l’incarico di religione cattolica. Ma dobbiamo anche dire che non è certo questo l’unico modo di aiutare queste persone”. (segue)