“Non si tratta di merce da gestire, ma di persone da rispettare, anche se immigrati”. Queste le parole di don Carlo Caviglione, delegato della pastorale del lavoro della regione Liguria, che commenta al Sir il crollo di sabato nel cantiere genovese che ha provocato la morte di un operaio albanese e cinque feriti. “Una macchia, ma di sangue, ha interrotto tragicamente, nei giorni scorsi nel porto Antico, i lavori di preparazione ai grandi eventi del 2004 dice don Caviglione -. Genova è stata offesa nel suo progetto più ambizioso, l’allestimento del nuovo Museo del Mare e della navigazione”. Don Caviglione ricorda che ogni anno più di 1000 lavoratori muoiono sui posti di lavoro e decine di migliaia sono gli infortuni, soprattutto nel settore edile, nonostante l’esistenza di norme per la sicurezza sul lavoro. All’indomani di ogni tragedia ci si interroga sulle responsabilità ma, “dopo le verifiche osserva – , resterà sempre la domanda: era evitabile quello che è accaduto? Le nuove tecniche di costruzione e il progresso degli ultimi anni non potevano forse impedire la tragedia? Speriamo di non dovere assistere ad un gioco di ‘scarica barile’ che sembra già cominciato, parlando di appalti e di subappalti o di lavoratori stranieri che, forse non sarebbero stati in regola con il contratto di lavoro”. Ma “a monte di tutto questo precisa – c’è una riflessione che riguarda direttamente la dignità dell’uomo e la tutela del suo lavoro”. “E’ soprattutto nel lavoro che la dignità umana dovrà essere considerata e rispettata sottolinea – don Caviglione -, facendo tutto il possibile per salvaguardarne l’incolumità fisica. A cominciare dall’impegno da mettere nel rispetto della legalità”.