” “E’ la “dimensione collegiale” che “dà all’episcopato il carattere d’universalità”, e “principio e fondamento di tale unità, sia della Chiesa sia del Collegio dei vescovi, è il Romano Pontefice”. A ribadire la centralità del “ministero petrino” è Giovanni Paolo II, che nell’esortazione apostolica “Pastores gregis” firmata oggi sottolinea: “La Chiesa universale non è la somma delle Chiese particolari, né una federazione di esse e, neppure, il risultato della loro comunione. La dimensione universale del ministero episcopale è pienamente manifestata e attuata quando tutti i vescovi, in comunione gerarchica col Romano Pontefice, agiscono come Collegio”, facendo sì che “il Vangelo sia annunciato in tutta la terra”. Rientra in questa prospettiva, precisa dunque Giovanni Paolo II, “anche l’esercizio del ministero del Successore di Pietro per il bene di tutta la Chiesa e di ogni Chiesa particolare. Nella cattedra di Pietro i vescovi, sia come singoli sia uniti tra di loro come Collegio, trovano il perpetuo e visibile fondamento dell’unità della fede e della comunione”. Alla richiesta, avanzata nell’ultimo Sinodo dei vescovi, di una “maggiore decentralizzazione”, il Papa risponde: “L’unità della Chiesa è radicata nell’unità dell’episcopato, il quale, per essere uno, richiede un Capo del Collegio. Analogamente, per essere una, esige una Chiesa come Capo delle Chiese, quella di Roma il cui vescovo, successore di Pietro, è il Capo del Collegio”. La “comunione gerarchica con il Capo del Collegio e con il Collegio stesso”, precisa però il Pontefice, “non indebolisce l’autorità episcopale, anzi la rafforza”, in quanto richiede “una necessaria coordinazione tra la responsabilità del vescovo diocesano e quella della suprema autorità”. Nella comunione ecclesiale, infine, “come il vescovo non è solo, ma è continuamente riferito al Collegio e al suo Capo ed è da essi sostenuto, così anche il Romano Pontefice non è solo, ma è sempre in riferimento ai vescovi ed è da essi sostenuto”.
” “